DEBITO PUBBLICO

RAPPORTO DEBITO/PIL

Visualizzazione post con etichetta ambiente ecologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ambiente ecologia. Mostra tutti i post

venerdì 7 settembre 2012

Auto elettriche: a Londra si ricaricano con un sms

Electric car : Launch of the Smart Electric Drive Car trial, London

La capitale britannica punta a diventare regina della mobilità elettrica. Tra un anno, più colonnine che distributori di benzina  

Londra promuove l'uso dell'auto elettrica e punta a realizzare una rete capillare di ricarica per i veicoli alimentati a energia elettrica. Per rendere tutto più facile e veloce, ha inaugurato adesso un sistema di pagamento via sms per ricaricare l'auto senza bisogno di siglare un abbonamento con la società fornitrice, e pagando unicamente la quantità di energia necessaria al momento. Il progetto ha portata nazionale e vede la collaborazione di POD Points che ha messo a punto il sistema PAYG, “pay-as-you-go” per pagare il “pieno” con un sms. L'idea punta a velocizzare le operazioni di accesso alla ricarica, ma anche a rendere l'utente libero da vincoli, esattamente come accade per il pieno tradizionale. --- 

La capitale britannica è attiva nel promuovere questo genere di mobilità dallo scorso anno, e si è posta l'obiettivo di posizionare 1 .300 colonnine di ricarica in città entro il 2013. Per capirci, tra un anno ci saranno a Londra più stazioni di ricarica elettriche che a benzina. Si punta a garantire ai londinesi un pieno di elettricità più accessibile ed economico, con colonnine a disposizione nei parcheggi pubblici, in quelli dei supermercati o degli shopping center e lungo le principali vie residenziali. 

Al momento del suo lancio, un anno fa, la ricarica elettrica funzionava solo con un abbonamento da 100 sterline all'anno, che permettevano l'utilizzo di una delle 150 colonnine sparse per la città: un primo record che già fece di Londra la più vasta rete di ricarica elettrica cittadina. Adesso le colonnine sono 400, ma saranno appunto più che triplicate in un anno circa e diventeranno 4mila entro il 2014. --- L'obiettivo è fare di Londra la capitale della mobilità elettrica, portando a 100mila le attuali 17mila auto elettriche o ibride già in circolazione. Per questo il governo britannico incentiva l'acquisto con sconti del 25% sul prezzo totale dell'auto (fino a un massimo di 5mila sterline). 

Rientra in questo piano di sviluppo il pagamento tramite sms, da inviare alla società fornitrice del servizio al momento del bisogno. Una volta ricevuta conferma del pagamento, nel giro di qualche minuto si sblocca l’erogazione della corrente elettrica dalla colonnina per la quale è stata fatta richiesta. Il nuovo sistema sarà applicato per ora su 200 colonnine, per arrivare poi a coprire l'intera rete di 4mila stazioni di ricarica previste per il 2014. 

(fonte: Wired)

lunedì 29 agosto 2011

I Prestigiacomo fanno affari col petrolio. E sulle trivelle offshore il ministro tace


La titolare del dicastero dell'Ambiente deve decidere su 40 concessioni per scavare vicino a Egadi e Pantelleria. Mentre aziende amministrate dai suoi parenti lavorano con le compagnie dell'oro nero. Tasse bassissime, poche restrizioni sui profitti: ecco perché ai petrolieri conviene investire in Italia.

"Ci chiediamo se questo ministro dell’Ambiente possa valutare obiettivamente le concessioni petrolifere in Sicilia quando le società amministrate da suoi parenti hanno rapporti d’affari con chi affonda i pozzi nel nostro mare". L'obiezione dei nemici delle trivellazioni trova riscontro nei fatti. Sì, perché le attività nel campo petrolifero sull'isola sono attivissime e vedono tra i protagonisti il consorzio Cem, di cui fa parte la società Coemi, il cui amministratore delegato è Maria Prestigiacomo, sorella maggiore del ministro. Di più: la Coemi è oggi proprietà della società Fincoe, di cui Stefania Prestigiacomo deteneva il 21,5 per cento fino al novembre 2009, quando l’ha donato alla madre, oggi azionista di maggioranza. Coemi, si legge sul sito, ha nel suo portafoglio clienti anche Eni, Erg ed Esso. Niente di illegale. Ma chi si oppone alla caccia al petrolio nei mari dell’isola non si sente certo rassicurato.

Decine di pozzi di petrolio nel blu del Mediterraneo, per fermare le trivelle si sono mobilitati cittadini e comitati. Ma intorno alla Sicilia pendono 40 richieste di concessioni. Le trivelle sono pronte a entrare in azione a pochi chilometri da gioielli come Pantelleria e le Egadi.

Per arrestare la febbre da oro nero si è schierato anche Montalbano, alias Luca Zingaretti. In molti, però, da queste parti oltre che sul commissario più famoso d’Italia, puntavano anche su un altro alleato: il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Chi meglio di lei? È siciliana e vicina a Berlusconi.

Da qualche settimana, però, la gente di Pantelleria, delle Egadi, di Trapani comincia ad avere qualche dubbio. Già, perché in Sicilia c’è chi punta il dito sui legami che Prestigiacomo e la sua famiglia hanno con le società che affondano i loro pozzi nel mare dell’isola. Niente di illegale, per carità, ma una questione di opportunità, questo sì. Racconta Alberto Zaccagni, nemico accanito delle trivellazioni: “Ci chiediamo se questo ministro dell’Ambiente possa valutare obiettivamente le concessioni petrolifere in Sicilia quando le società amministrate da suoi parenti hanno rapporti d’affari con chi affonda i pozzi nel nostro mare”. Una leggenda metropolitana? Articoli di cronaca (per esempio su Terra) e visure camerali del ministro e dei suoi familiari confermano i nodi sollevati da cittadini e comitati. I giornali di Siracusa hanno raccontato che sono riprese le attività del campo petrolifero Vega (Edison ed Eni) nello Stretto di Sicilia. Una notizia accolta con entusiasmo dagli industriali locali, anche perché alle operazioni hanno collaborato con massicci investimenti imprese di Siracusa. Ecco allora il consorzio Cem che ha acquistato e trasformato la petroliera Leonis, un colosso da 110mila tonnellate, che deve essere ormeggiata alla piattaforma per raccogliere il greggio estratto.

Una commessa da 30 milioni che ha portato una boccata di ossigeno alle imprese. Niente di male, ma i maligni ricordano che del consorzio Cem fanno parte diversi soggetti tra cui la Coemi. Ecco il punto: la Coemi, come dice lo stesso sito della società, è nata come impresa di famiglia dei Prestigiacomo. L’amministratore delegato è Maria Prestigiacomo, sorella maggiore del ministro dell’Ambiente. Di più: la Coemi è oggi proprietà della società Fincoe, di cui Stefania Prestigiacomo deteneva il 21,5 per cento fino al novembre 2009 quando l’ha donato alla madre Sebastiana Lombardo, oggi azionista di maggioranza. Emergerebbe quindi che una società di cui fanno parte familiari stretti del ministro dell’Ambiente è impegnata nell’attività di estrazione di petrolio intorno alla Sicilia. Ancora niente di illegale, ma certo una questione che non rassicura chi si oppone alla caccia al petrolio nei mari dell’isola. Di più: sul sito della Coemi si legge che tra i clienti della società (oltre al ministero della Difesa, ma questa è un’altra storia) ci sono anche Eni, Erg, Esso.

Insomma, alcuni tra i principali operatori nel settore petrolifero in Italia. E in Sicilia. Proprio a Priolo, denunciano le associazioni e i comitati siciliani, “la Erg e l’Eni sono interessate agli accordi transattivi previsti dal ministero dell’Ambiente per chiudere la vertenza sui danni ambientali provocati dalle raffinerie”. Pierfrancesco Rizza, presidente Wwf Sicilia commenta: “Le cifre finora spuntate dai privati (nell’ordine di decine di milioni) sono modeste rispetto a un danno enorme. Ma bisogna dire che molte delle società coinvolte non esistono più oppure sono passate di mano”. Un’altra storia, certo, ma sempre una questione di opportunità per Prestigiacomo. Perché qualcuno in Sicilia si chiede se sia giusto che un ministro dell’Ambiente (pur avendo alienato le proprie quote sociali) possa vigilare sull’operato di colossi petroliferi che sono clienti di imprese legate alla sua famiglia.

Ecco, però, allora che le questioni da chiarire per il ministro non riguardano più solo i pozzi di petrolio. Certo non è un anno fortunato per la Prestigiacomo, già ampiamente citata negli atti dell’inchiesta P4 per i suoi rapporti con Luigi Bisignani. Un colloquio tra il faccendiere e il ministro dell’Ambiente del 2 dicembre 2010 è diventato famoso. Prestigiacomo sbotta: “Mamma mia, ma come si può vivere così! Se escono le intercettazioni con me, mi rovini”. Il punto adesso è un altro: il nome Prestigiacomo ricorda soprattutto una delle ministre in lizza come miss governo, ma a Siracusa tutti lo collegano a una delle dinastie industriali più note dell’isola.

La Coemi (che controlla tra l’altro la Nuovenergie), ha ricordato il Corriere della Sera, è anche impegnata nel business del fotovoltaico che dipende da scelte politiche del ministero dell’Ambiente. Un’altra questione di opportunità. Non basta: della galassia Fincoe fa parte la Ved (Vetroresina Engineering Development) di cui è amministratore Maria Prestigiacomo (il ministro non ha cariche, né quote sociali). Una società in passato finita due volte nel mirino della magistratura di Siracusa anche per questioni ambientali (nel 2008 i manager di allora non furono processati anche per intervenuta prescrizione). Nessun reato, fino a prova contraria. Ma le domande restano: Prestigiacomo è il ministro giusto per occuparsi di Ambiente? È lei la persona che può decidere delle trivellazioni in Sicilia? Dal ministero dell’Ambiente respingono i dubbi: “Da quando è arrivata Stefania Prestigiacomo la legge in materia di trivellazioni è diventata più severa. Abbiamo messo il limite di 5 miglia dalla costa e di 12 miglia da qualsiasi zona protetta. Nessun altro Stato fa altrettanto”.

lunedì 11 luglio 2011

L'inquinamento costa 10 miliardi e 8.200 morti. Ambiente urbano. Servono interventi radicali, ma giustificati dagli enormi costi sociali del fenomeno.

di Marco Percoco, assistant professor al Dipartimento di analisi istituzionale e management pubblico alla Bocconi


La World health organization ci ha ricordato, se mai ve ne fosse bisogno, che la qualità dell’ambiente urbano in Italia è scadente. Delle quattro città più inquinate d’Europa, tre sono italiane. La maglia di più inquinata del Vecchio Continente va a Plovdiv in Bulgaria, seguita da Torino, Brescia e Milano. Quest’ultima è nel gruppetto di testa, nonostante decenni di interventi di lotta allo smog più o meno efficaci.

Le città hanno conosciuto e mostrato un interesse nei confronti del problema inquinamento altalenante e non sempre sostenuto da una visione di lungo periodo. Ultimamente, sembra aver prevalso la rassegnazione sia dal lato dei cittadini sia da quello degli amministratori locali, come se la famigerata concentrazione di PM10 e di NOx fosse un inevitabile prodotto dello sviluppo economico. Ma la Who ha stimato in 8.200 i decessi attribuibili all’inquinamento nelle 13 città italiane più grandi; ben 2.000 di queste morti avvengono a Milano. Tutto ciò ha un costo per la collettività, un costo invero significativo in questo caso. Se si considera che la stima del valore sociale di una vita umana è di circa 1,2 milioni di euro, si ottiene che il costo sociale dell’inquinamento è di quasi 10 miliardi di euro, di cui 2,4 per la sola Milano.
Sebbene questa cifra possa sembrare enorme, va detto che essa rappresenta una stima per difetto sia perché lo studio fornisce dati anche sulle malattie indotte dallo smog e non necessariamente mortali (si pensi all’asma), non ricomprese nel costo sociale, sia perché l’analisi della Who considera solo il territorio comunale e non quello metropolitano.

Le città italiane hanno fatto qualcosa negli ultimi anni per far fronte all’inquinamento, ma hanno fatto poco e male. Gli interventi di regolazione del traffico (che contribuisce per oltre il 50% alla produzione di PM10) a mezzo di zone a traffico limitato, targhe alterne, domeniche a piedi, si sono rivelati generalmente inefficaci.
Milano ha adottato, al pari di altre città europee, una tassa per le automobili che entrano nel centro della città, il cosiddetto Ecopass. Tale intervento ha abbassato il livello medio di concentrazione di polveri sottili del 17-18%, con evidenti e significative ricadute per la salute pubblica. Studi recenti dimostrano che l’applicazione dell’Ecopass ha prodotto una variazione positiva del benessere sociale, in alcuni casi addirittura superiore a quella generata dalla tassa sulla congestione londinese.
Ma è necessario fare di più a Milano come nelle altre città italiane. L’introduzione di una tassa sull’inquinamento può apportare significativi guadagni per la collettività purché applicata in maniera estensiva. Inoltre, incentivi all’acquisto di mezzi ecologici (o disincentivi all’acquisto di auto più inquinanti come i suv, così come paventato dal recente decreto sul federalismo fiscale) potrebbero garantire sicuri benefici sociali, sebbene solo nel lungo periodo.

Infine, il consumo di suolo nelle aree periurbane va limitato. La dispersione urbana produce un incremento dei chilometri percorsi dalle persone che si spostano dalle periferie verso il centro, con un conseguente deterioramento dell’ambiente. Una città metropolitana più compatta garantirebbe, invece, una migliore gestione della mobilità e un minor ricorso all’automobile e, di conseguenza, un minore inquinamento.
Questi interventi sono necessari, anche se sembrano estremamente costosi, ma forse un problema da circa 10 miliardi di euro all’anno vale un’attenzione e un attivismo superiori a quelli attuali.

(fonte: SDA Bocconi)

giovedì 5 maggio 2011

Il disastro ambientale del Cavaliere


di Giovanna Ricoveri.

Meno nota e non sempre sotto i riflettori, la (non) politica ambientale dei vari governi Berlusconi ha provocato effetti disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni. Oltre a distruggere il nostro ecosistema, ha un costo economico e sociale enorme che ricade soprattutto sui soggetti più deboli.


Il problema

Il filo rosso che attraversa e orienta la politica ambientale dei governi Berlusconi dal 1994 ad oggi è efficacemente espresso dallo slogan «Padroni a casa propria», con cui Forza Italia vinse le elezioni politiche del 1994. Questo slogan, usato ripetutamente a sostegno delle scelte liberiste della politica ambientale, ne esprime bene anche le ambiguità: dichiara di voler sostenere la libertà individuale di tutti i cittadini, mentre nella sostanza serve a costruire e foraggiare l’alleanza con le forze della rendita, della speculazione, degli affari e spesso della malavita organizzata. L’ambientalismo berlusconiano si fonda sull’ideologia del «mercato senza regole», della privatizzazione di tutto quello che è «comune» o statale, dell’equiparazione tra il pubblico e il privato, della cancellazione dello Stato ridotto a impresa.

Tra il berlusconismo e l’ambiente esiste una contrapposizione insanabile e a priori: il primo si basa sul privato e sull’arricchimento individuale, sull’appropriazione individuale delle risorse naturali, sociali e culturali, sul governo della cosa pubblica da parte di un comitato d’affari; il secondo, sul pubblico e sulle regole, sui beni comuni, sul rispetto della natura e dei suoi cicli vitali, sulla giustizia ambientale oltre che su quella sociale, sulla democrazia intesa come partecipazione dei cittadini alle scelte che regolano la loro vita.

Negli anni Ottanta, e in particolare con la caduta del Muro di Berlino, l’ideologia del libero mercato ha fatto breccia anche nelle forze politiche di sinistra – in tutta la gamma delle sue articolazioni – e questo ha aperto un varco importante per il diffondersi in Italia di una destra populista, che si autodefinisce «liberale». Il rispetto delle regole e il controllo sulla loro applicazione non fanno parte del resto della tradizione italiana, come avviene in altri paesi europei; la cultura ecologista è nata in Italia molto più tardi che nel resto d’Europa e «il mattone» è un male antico, che trovava giustificazione in passato quando il paese era povero e la casa di proprietà era un fattore di sicurezza, e ne trova una anche oggi perché il costo delle abitazioni e il livello degli affitti è proibitivo per la stragrande maggioranza della popolazione rispetto al livello dei salari, molto di più di quanto non avvenga negli altri paesi europei. L’edilizia continua inoltre a essere considerata il motore o volano dello sviluppo da parte delle forze produttive – imprenditoriali e del lavoro – senza alcun serio ripensamento sui limiti intrinseci e sulla pochezza di un tale modello di sviluppo.

Nel secondo dopoguerra, anche in Italia c’è stata una stagione positiva di pianificazione territoriale e una «primavera» ambientale, che hanno prodotto strumenti e leggi di regolazione, ora nel mirino della destra al potere. Il berlusconismo, coadiuvato dalla Lega, ha cavalcato la situazione dando dignità di progetto politico a un disegno reazionario, senza trovare un’opposizione convinta da parte delle forze politiche di sinistra. Nella politica ambientale di questo governo c’è molta arroganza ma anche ignoranza sul ruolo insostituibile delle regole nella convivenza umana e dei servizi ecosistemici che la natura offre gratuitamente a tutti noi.

Gli effetti sono disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni, e hanno anche un notevole costo economico che pesa sulle casse dello Stato e che potrebbe essere evitato con politiche di prevenzione. Questa politica ambientale è inoltre iniqua e ingiusta, perché il suo costo ricade soprattutto sui soggetti più deboli – bambini, anziani e meno abbienti – e appare tanto più grave in un paese come l’Italia geologicamente giovane, fragile e instabile dal punto di vista idrogeologico sia nella pianura padana che lungo l’Appennino.

Uno sguardo d’insieme

La politica ambientale dei governi Berlusconi – che resta tale anche quando è una non politica, perché l’assenza di norme è in questo caso funzionale al progetto – ha spaziato fin dall’inizio in tutte le direzioni, usando tattiche diverse a seconda delle opportunità, sempre allo scopo di ottenere il consenso del popolo, che di quelle scelte e non scelte è comunque chiamato a pagare il prezzo maggiore.

Ha tagliato fin dagli inizi il bilancio del ministero dell’Ambiente fino al 60 per cento di quest’anno e ne ha ridimensionato il ruolo modificandone la legge istitutiva; non ha finanziato nessuno dei piani di riforestazione, la cui realizzazione spetta alle regioni; nel gennaio 2010 ha concesso a quest’ultime libertà di deroga sui calendari della caccia stabiliti dalla legge 157 dell’11 febbraio 1992 per gli uccelli migratori e alcuni mammiferi come cervi, caprioli e cinghiali, con conseguenze negative sulla biodiversità; ha negato l’esistenza del cambiamento climatico in molte dichiarazioni ufficiali e paga all’Unione Europea 42 euro al secondo per violazione degli accordi climatici; usa il milleproroghe – il decreto del Consiglio dei ministri per «prorogare o risolvere disposizioni urgenti entro la fine dell’anno in corso» – per cancellare, reintegrare o istituire norme e finanziamenti come nel caso della detrazione fiscale del 55 per cento sulla spesa di riqualificazione energetica degli edifici già esistenti; o, peggio ancora, per smembrare il Parco dello Stelvio tra le province di Trento e Bolzano e la regione Lombardia e «ringraziare» in questo modo i deputati della Svp che si sono astenuti sulla mozione di sfiducia il 14 dicembre 2010; inserisce norme ambientali in coda a leggi che si occupano d’altro o gioca sulle parole per dire e non dire, come nel caso della legge sulla prima sanatoria edilizia del 1994 dove un articolo esclude dal condono le volumetrie superiori a 750 mc per edificio mentre un altro articolo precisa che l’esclusione non riguarda la volumetria dell’intero edificio ma la singola domanda di condono: basta dunque presentare due domande, per aggirare l’ostacolo. Last but not least, il federalismo demaniale approvato dal Consiglio dei ministri il 20 maggio 2010, che trasferisce agli enti locali i beni del demanio patrimoniale dello Stato, al fine della loro «valorizzazione ambientale»: ma che cosa ci può essere di ambientale nella messa sul mercato dei beni pubblici? L’idea è quella che i «gioielli di famiglia» possano restare pubblici anche se dati in gestione al privato, che ne trae un profitto con cui compensare il taglio dei trasferimenti da parte dello Stato. L’esperienza dell’acqua, in Italia e nel mondo, dimostra che la gestione privata di un bene comune serve solo a privatizzare quel bene e, con esso, lo Stato e il pubblico in generale.

Condoni edilizi e morte dell’urbanistica

Urbanistica e assetto idrogeologico del suolo sono i due terreni privilegiati della controriforma ambientale berlusconiana. Per sostenere l’edilizia, e quindi con il consenso trasversale di cittadini, costruttori, speculazione edilizia, lobby del cemento e sempre più spesso della mafia e della camorra, il governo Berlusconi ha realizzato due condoni edilizi (rispettivamente nel 1994 e nel 2003), mentre un terzo è nell’aria; ha abolito l’Ici (2008) sulla prima casa per tutti indipendentemente dalla tipologia dell’abitazione e dal livello di reddito del proprietario; ha approvato un piano di edilizia abitativa (2009) da realizzare con l’ampliamento delle abitazioni esistenti senza alcuna considerazione dei servizi pubblici che tale piano richiede e che graveranno sulla spesa pubblica. Il piano stenta a decollare per vincoli burocratici, affermano governo e Confindustria. Era già stato realizzato abusivamente, fa capire l’Istat quando informa che nei dieci anni precedenti 24 mila alloggi (e 87 mila stanze) in media ogni anno erano già stati ampliati, abusivamente e illegalmente.

Il primo condono, subito dopo l’ingresso di Berlusconi a Palazzo Chigi, era una promessa fatta in campagna elettorale, con lo slogan: «Padroni a casa propria». Il condono riguardava tutte le costruzioni abusive anche quelle realizzate nelle zone ecologicamente fragili e soggette a rischio frana, nelle aree a elevato livello di biodiversità e in quelle soggette a vincolo paesaggistico, e quindi con divieto di edificazione in base alla legge Galasso (n. 431 del 1985), perché vicine a fiumi o sulla riva dal mare; la disposizione mirava a consentire ai fiumi di avere lo spazio di espansione nei periodi di piena. Quel condono rispondeva del resto a una domanda popolare diffusa anche perché le costruzioni abusive non erano più opera della vecchia borghesia parassitaria e dei grossi speculatori sulle aree del secondo dopoguerra ma di gruppi medi di proprietari e di esponenti della nuova borghesia commerciale. La legge di condono 724 del 23 dicembre 1994 si intitolava «Misure di razionalizzazione della finanza pubblica», evidenziando un altro punto fermo della politica berlusconiana, far credere ai cittadini che il nuovo governo alimenta le casse dello Stato con le entrate della sanatoria «senza mettere le mani nelle tasche degli italiani». Era una grandissima bugia, perché i costi di urbanizzazione a carico dello Stato sono stati, in questo caso, almeno 5 volte superiori alle entrate.

Il secondo condono (decreto legge 269 del 2003) è servito soprattutto a sanare il cambiamento della destinazione d’uso di magazzini e capannoni in piccole attività artigianali, palestre, supermercati e centri commerciali, discoteche e altre attività terziarie necessarie al modello di sviluppo del Nord-Est ora in crisi e alla trasformazione della pianura padana in un continuo urbano senza forma né identità. Anche in questo caso, la legge aveva un titolo ambiguo: «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici». L’esiguità delle somme stanziate per lo sviluppo – 50 milioni di euro per la riqualificazione urbanistica e 100 per la sicurezza idrogeologica – rivelarono subito l’imbroglio del titolo, che dice una cosa diversa da quella che si sta facendo.

L’abusivismo dell’era berlusconiana è un piaga storica, che la legislazione urbanistica del secondo dopoguerra non è riuscita a debellare perché l’abusivismo porta voti e perché lo Stato italiano non ha né la forza né l’autorità per far rispettare le sue leggi, specie in materia di edilizia; non per una predisposizione alla trasgressione del popolo italiano, come ha recentemente precisato Paolo Berdini (Breve storia dell’abuso edilizio in Italia, Donzelli 2010). Con i governi Berlusconi questa piaga non è più un costo da pagare ma un’opportunità da utilizzare: l’illegalità nelle costruzioni è pertanto diventata permanente. L’abusivismo edilizio tollerato, e anzi «atteso», esprime anche il tentativo di chiudere definitivamente la stagione delle leggi di regolazione urbanistica e territoriale, che avevano dato agli enti locali gli strumenti per il controllo della rendita fondiaria: l’esproprio a prezzi agricoli della aree da edificare e l’abbattimento degli edifici costruiti illegalmente. Il poker delle leggi importanti, per il periodo preso in esame, era costituito dalle seguenti leggi (tra altre): la 167 del 1962 per l’edilizia economica e popolare, la 765 del 1967 contro l’abusivismo nei centri storici, la 10 del 1978 sull’edificabilità dei suoli, la 457 del 1978 sull’edilizia residenziale.

I costi ambientali dei condoni edilizi sono molto elevati da molti punti di vista, primo tra tutti la devastazione del territorio che è in larga misura irreversibile, e quindi non quantificabile. Può essere in parte reversibile, ma a un costo elevato e nei tempi lunghi. I suoi effetti negativi dipendono da un consumo di suolo superiore a quello ecologicamente e socialmente sostenibile; dalla scomparsa di aree verdi e agricole essenziali per respirare e per un’agricoltura sana; dalla deturpazione del paesaggio; da un sistema di trasporti caotico che insegue gli insediamenti senza mai raggiungerli; dall’inquinamento idrico per la mancanza di fognature; dal degrado sociale e umano di chi è costretto a vivere lontano dai servizi e dalle scuole, senza negozi, parchi, librerie, teatri e spazi pubblici. Costi elevati si calcolano anche nell’industria edile – da quelli legati al ciclo del cemento scavato nell’alveo dei fiumi agli incidenti sul lavoro nei cantieri privi di controlli.

Già verso la fine degli anni Ottanta la pianificazione urbanistica e territoriale cedeva il passo all’urbanistica contrattata e alla privatizzazione dell’urbanistica, che consegnava le trasformazioni del territorio alla proprietà immobiliare, con il consenso e anche il concorso della sinistra entrata nell’ottica del mercato, in particolare di alcune amministrazioni come il comune di Roma delle giunte Rutelli e Veltroni. Al cuore delle politiche di privatizzazione delle nostre città c’è la proposta presentata dall’onorevole Maurizio Lupi di riforma della legge urbanistica del 1942, che da anni il governo di destra cerca di far passare in parlamento. L’obiettivo della proposta è liquidare i piani regolatori e «convincere» le amministrazioni pubbliche a scendere a patti con la proprietà fondiaria, i cui esponenti sono equiparati allo Stato.

(fonte: Micromega, Cometa)

mercoledì 27 aprile 2011

Gli animali di Fukushima


Gli animali di Fukushima sono rimasti all'interno della zona contaminata di 30 km. I loro padroni sono fuggiti. Tutti gli animali sono radioattivi, nessuno può più uscire dall'area. Tremila mucche, trentamila maiali, 600mila polli e un numero imprecisato di animali domestici. I cani sopravvissuti si avvicinano alle rare macchine autorizzate in cerca di cibo. Intorno a loro c'è un silenzio irreale e abitazioni abbandonate. Quasi tutto il pollame è morto. Le mucche e i vitelli, dove non vi sono fattorie con alimentatori automatici, sono morti di fame e di sete. Secondo le autorità giapponesi il 70% dei maiali e il 60% del bestiame è morto. I proprietari degli allevamenti hanno chiesto di portar fuori dal terreno radioattivo gli animali, o di entrare per praticare una forma di eutanasia. Le richieste sono state negate per la paura di contaminazione. Alcuni hanno ignorato il divieto e sono entrati nella zona proibita per portare in salvo i loro cani, condannando però anche sé stessi. L’acqua del mare a 30 chilometri dalla centrale nucleare ha una concentrazione di Iodio-131 di 88,5 becquerels per litro, il valore più alto registrato finora. La radioattività è 2,2 volte il limite massimo ammesso per le acque di scarico delle centrali nucleari. La fauna ittica presente nelle acque del Pacifico per decine di chilometri di fronte a Fukushima è contaminata. La radioattività si diffonderà in modo esponenziale quando le piccole prede saranno mangiate da altri pesci. Dovremo andare al supermercato con il contatore geiger. Ci abituereremo anche a questo.
Fukushima è una versione aggiornata della "Fattoria degli animali" di George Orwell dove però comandano, al posto dei maiali, i topi di fogna. Quelli che vivono lucrando sulla pelle degli altri, uomini o bestie non ha importanza. Che nascondono i rischi, che usano i media per accreditare le loro tesi, che espongono le generazioni future a un mondo desolato. I topi di fogna, quando l'aria si fa pesante, hanno l'abilità di nascondersi nel loro habitat naturale, le fogne per l'appunto. Spariscono dalla circolazione. Dove sono l'inconsapevole Scaiola, la Marcegaglia, il Fini delle centrali italiane di "ultimissima generazione", la Prestigiacomo, unico ministro dell'Ambiente nel mondo ad aver dichiarato dopo Fukushima che il nucleare andava avanti? Dove sono i ratti dell'atomo come Veronesi e Chicco Testa? Dove si è nascosto il pregiudicato Scaroni dell'ENI? Nuclearisti delle mie balle, dove siete? Se vi illudete che annullare il referendum, far passare un anno e poi fottere di nuovo gli italiani con il ritornello del nucleare vi sbagliate. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

(fonte: Beppe Grillo)

martedì 8 febbraio 2011

Treni radioattivi


Un altro trasporto di pericolosi rifiuti radioattivi italiani è partito l’altra notte dalla stazione di Saluggia vicino Vercelli con carri ferroviari blindati per raggiungere La Hague in Francia, dove esistono impianti di trattamento. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Ciò che pare incredibile e che nel nostro Paese quasi nessun organo informativo si sia interessato di questa vicenda che, invece, oltralpe sta scatenando numerose polemiche.

Anche perché – almeno a quanto denunciato dalla rete ambientalista francese «Sortir du nucléaire» e RNA (Rete Nazionale Antinucleare) e dalla rivista Ambiente & Ambienti, a cui si rinvia per approfondimenti – il trasporto è avvenuto nel completo silenzio, senza cioè che fossero stati preparati adeguati piani di sicurezza per i centri toccati dal treno radioattivo. In Italia le città di Grugliasco, Collegno, Alpignano, Avigliana, Condove, Bruzzolo di Susa, Chiomonte e Bardonecchia.

Siamo così piegati nei fatterelli della nostra Italietta da tralasciare temi importanti come il trasporto, il trattamento e lo smaltimento di rifiuti altamente pericolosi.

C’è chi è favorevole e chi contrario al ritorno al nucleare, ma è certo che se da noi questi problemi vengono trattati con tale superficialità non c’è neppure da discutere.

Ambiente & Ambienti aveva già denunciato un altro episodio nel quale era stato trasportato un container di combustibile esaurito altamente radioattivo, italiano, generato dal reattore del Garigliano. E veniva sottolineato come dopo il trattamento negli impianti di La Hague i rifiuti sarebbero tornati in Italia senza che vi fosse alcuna soluzione per accoglierli.

Come denunciato dagli ambientalisti francesi: «Non solo il trattamento presso l’impianto Areva di La Hague non diminuisce la radioattività dei rifiuti ma aumenta il loro volume. Dunque, questo trasporto di rifiuti molto radioattivi è insensato - denunciano gli attivisti francesi – espone a gravi rischi le popolazioni, solo per fare funzionare l’impianto Areva a La Hague»

Chi vuole approfondisca e si faccia una opinione, noi abbiamo solo lanciato il sasso nello stagno.

domenica 6 febbraio 2011

Nucleare, serve il parere delle Regioni


ILLEGITTIMO L'ART. 4 DEL DECRETO LEGISLATIVO SUL PIANO NUCLEARE NAZIONALE
Lo stabilisce la Consulta. Esultano gli ambientalisti

La Corte Costituzionale (Ansa) MILANO - Le Regioni devono esprimere il proprio parere - obbligatorio ma non vincolante - prima di ospitare le centrali nucleari sul proprio territorio. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, che ha dichiarato «l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4 del decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31» (Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell'esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi). Il pronunciamento della Consulta era stato richiesto da Toscana, Emilia Romagna e Puglia.
ILLEGITTIMITÀ - La Consulta ravvisa illegittimità «nella parte in cui non prevede che la Regione interessata, anteriormente all'intesa con la Conferenza unificata, esprima il proprio parere in ordine al rilascio dell'autorizzazione unica per la costruzione e l'esercizio degli impianti nucleari». In una precedente decisione dello scorso novembre, la Corte Costituzionale aveva dichiarato illegittime le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che vietavano l'installazione sul loro territorio di impianti di produzione di energia nucleare, di fabbricazione di combustibile nucleare e di stoccaggio di rifiuti radioattivi.

COMMENTI - Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico: «È ragionevole che la condivisione dei siti vada fatta anche in sede locale, quindi con la condivisione degli enti locali». «Decisione positiva», dice il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. «Ci troviamo di fronte a un governo che è il più centralista della storia dell'Italia, un governo che sbandiera un federalismo che odora di secessione». «La sentenza è di fatto uno stop all'arroganza del governo», ha dichiarato il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. «Le centrali potranno essere realizzate solo con il consenso della regione interessata: è una svolta nella battaglia contro la follia nuclearista del governo Berlusconi». «Siamo preoccupati, ma confidiamo anche che rispettando le regole si possa arrivare a un chiarimento su dove devono essere collocate le centrali nucleari», è il commento di Giuliano Zuccoli, presidente di Assoelettrica e del consiglio di gestione di A2A. « Cosa devono aspettarsi gli italiani per il futuro? Probabilmente la militarizzazione delle aree destinate alle centrali», è l'opinione di Felice Belisario, capogruppo Idv al Senato.

AGENZIA NUCLEARE - Intanto il Consiglio dei ministri ha approvato il direttivo dell'Agenzia per la sicurezza nucleare. «Nei prossimi giorni, insieme al presidente Veronesi, riuniremo per la prima volta il direttivo per concordare i prossimi passaggi, a partire dalla costituzione della struttura operativa e dall'individuazione della sede. Il governo procede nel programma per il ritorno al nucleare, che avverrà nel segno della sicurezza e della tutela dell'ambiente», dicono in una nota congiunta il ministro Romani e quello dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Inoltre il sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all'Energia, Stefano Saglia, annuncia che l'importo delle compensazioni a favore dei Comuni nei territori sedi di centrali nucleari sarà approvato al prossimo Cipe. Saglia ha aggiunto che «il deposito nazionale dei rifiuti nucleari deve essere individuato entro il 2015, anche perché ce lo impone una direttiva europea. L`individuazione del deposito segue un suo iter autonomo, indipendente dalla realizzazione del programma nucleare».

(fonte: Corriere)

mercoledì 26 gennaio 2011

Orsi polari in pericolo: 700 km alla ricerca del ghiaccio


Le estati lunghe degli ultimi tempi costringono gli abitanti dell’Alaska a spostarsi per ritrovare le condizioni ideali per vivere.

Ha nuotato ininterrottamente per nove giorni, pari a 232 ore, coprendo una distanza di 687 km: a compiere questa impresa epica da record è stato un orso polare, nel mare di Beaufort in Alaska. E la colpa è dei cambiamenti climatici, che facendo sciogliere i ghiacci lo costringono a dover nuotare più a lungo per trovare il cibo, come spiegano alcuni ricercatori in uno studio pubblicato su Polar biology, che hanno seguito l’animale grazie a un collare.

LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI – Gli orsi polari infatti nuotano tra la terra e i banchi di ghiaccio per cacciare le foche. Ma lo scioglimento dei giacchi li costringe a nuotare per distanze molte più lunghe, con rischi per la loro salute. “Questo animale – spiega lo zoologo George Durner – ha nuotato costantemente a una temperatura di 2-6 e ha perso circa il 22% del suo grasso corporeo in due mesi, oltre al suo cucciolo”.

ALLA RICERCA DEL GHIACCIO – Le condizioni nell’oceano a nord dell’Alaska sono diventate molto più difficili. “Prima del 1995 – continua – una bassa concentrazione di ghiacchio persisteva anche durante l’estate lungo la piattaforma continentale. Il che significava che le distanze da coprire nuotando erano relativamente brevi. Ora le estati sono più lunghe e i ghiacci si sciolgono maggiormente, mettendo in pericolo gli orsi. Questa loro dipendenza dal ghiaccio marino li rende uno dei mammiferi più a rischio per il cambiamento climatico”. (Ansa-DARIO FERRI)

(fonte: Giornalettismo)

lunedì 13 dicembre 2010

Cancún: il clima che si spezza

Alla conferenza di Cancún si è deciso di non decidere. Forse non si poteva fare altro di fronte agli egoismi nazionali. Un accordo mondiale sul clima è oggi impossibile. Si è preferito un "fai da te" dove ogni nazione dovrà decidere se e come avviare delle azioni per salvare la Terra. E così, mentre gli Stati si occupano di incentivare la produzione e creano debito a livello insostenibile, la temperatura del pianeta aumenta. Nell'ultimo numero del "Royal Scientist's journal" si prevede un incremento probabile di 4 gradi entro il 2060 in mancanza di una politica globale e la certezza che è quasi impossibile impedire un innalzamento di 2 gradi secondo lo studio pubblicato dallo "UN Environment Programme".

Un promemoria sulle conseguenze (*):

+ 1° (in atto, ndr) : Fusione dell'Artico - Scomparsa dei ghiacci dal Kilimanjaro - Ritiro dei principali ghiacciai dalle Alpi al Tibet - Inizio della distruzione Grande Barriera Corallina - Estinzione di centinaia di specie - Aumento di numero e di intensità degli uragani - Innalzamento livello del mare con numerosi atolli sommersi, tra cui l'arcipelago di Kiribati con 78.000 persone
+ 2° : Riduzione dell'alcalinità dei mari con la progressiva distruzione del placton e degli organisni con i gusci di carbonato di calcio (il placton è alla base della catena alimentare oceanica) - Calo della crescita delle piante in Europa fino al 30% - Incendi su larga scala in Europa - Fusione dei ghiacciai della Groenlandia - Scomparsa dell'orso polare - Carestie in India e in Pakistan
+ 3° : Scomparsa dell'Amazzonia e delle foreste pluvilali - Desertificazione dell'Australia - Superuragani nell'America del Nord - Siccità permanente nel continente indiano a causa del cambiamento dei monsoni - Indo e Colorado in secca - New York e altre città costiere sommerse dall'acqua - Sviluppo delle epidemie in Africa
+ 4° : Scioglimento dell'Antartide - Delta del Nilo sommerso dal mare - Carestia in Cina - Migrazioni di massa verso i Paesi temperati come Russia e Europa
Il blog ha raggiunto Thomas Kleine-Brockhoff, uno dei responsabili della Conferenza sul Clima, a Cancún.

(*) dal libro: "Sei gradi" di Mark Lynas, premiato nel 2008 in Gran Bretagna con il "Royal Society Science Books Prize"


Intervista telefonica a Cancún a Thomas Kleine-Brockhoff, Direttore Generale del dipartimento di programmi politici del GMFUS. Senior Director, Policy Programs.


Da Copenhagen a Cancún

"Sono Thomas Kleine-Brockhoff e lavoro per il German Marshall Fund di Washington DC che si occupa della supervisione di programmi transatlantici riguardo alla globalizzazione, tra cui quelli climatici. Il primo punto è come il cosiddetto accordo di Copenhaghen concordato dai Paesi, o meglio da un gruppo di Paesi, alla Conferenza dello scorso anno, ora è divenuto parte degli obiettivi ufficiali e dei pacchetti ufficiali della Conferenza delle Nazioni Unite.
Questo è importante perché i medi e lunghi termini degli obiettivi sono stati schematizzati e, grazie a questo accordo, potremmo riuscire a fare passi avanti sul tema del surriscaldamento globale. La prima problematica è relativa all'approfondimento dell'accordo di Copenhagen. La seconda questione riguarda il grado di intensità di verifica e supervisione della mitigazione climatica che le Nazioni Unite sarebbero in grado di combattere in diversi Paesi. Su questo punto la Cina è molto scettica. Ci sono altre grandi questioni, ma queste due sono le più importanti. Capire cosa accadrà alla prossima Conferenza Climatica è complicato. L'idea delle Nazioni è di guardare oltre, verso un accordo mondiale giuridicamente vincolante. Quest'idea, all'estero, fallirà per molti anni a venire. La negoziazione ha avuto difficoltà, come ne ha avute a Copenhagen, ma lo stile, il tono e il procedimento sono stati differenti. Le persone non vogliono essere tenute all'oscuro del fallimento, che è ciò che vorrebbero i Cinesi. Vorrebbero salvare il sistema delle belle parole che è il motivo per cui si tengono in contatto con differenti toni e modi. Comunque quando si tratta di di negoziare i dettagli minori è dura ed è molto probabile che, per molti anni a venire, non ci sarà nessun accordo globale. Da quando a Copenhagen quella visione è fallita e dall'approccio dall'alto verso il basso di regolamentazione, il mondo ha cambiato il suo metodo ad una valutazione di fondo dell'impegno volontario che è ancora la cosa più difficile per le Nazioni, specialmente per l'Europa, che è stata in prima linea per il concetto di ostilità europea, e loro amano gli approcci legalistici, dall'alto verso il basso. Il mondo ha dimostrato che Copenhagen non è pronta per ciò e sta dimostrando che anche Cancún non è ancora pronta.


Lo scioglimento delle calotte polari

E' necessaria una transizione globale verso un'industria basata sull'energia pulita anche come stile di vita. La domanda è: “Qual è il modo migliore per raggiungere questo risultato?”. Per 20 anni dalla negoziazione di Kyoto, ci si è concentrati su un approccio dall'alto verso il basso per un accordo legalmente vincolante. Ora ci siamo resi conto che non possiamo avere questo tipo di regolamentazione, dobbiamo capire che l'impegno volontario,
che i Paesi stanno avendo per i propri interessi, non sarà sufficiente per limitare il calore terrestre ad un livello che è definito scientificamente accettabile di 1,582°C di riscaldamento. Il mondo potrebbe, probabilmente, sopportare 2°C di danno. Perciò ora la questione diventa come colmare il vuoto tra quello che le persone e i Paesi sono in grado di fare in modo volontario e quello che risulta scientificamente necessario. E' questa la questione che verrà discussa nei prossimi anni. Come possono le istituzioni internazionali finanziarie favorire progetti finalizzati a migliorare in questo senso. Le banche americane si stanno muovendo in questa direzione, anche molte banche internazionali. Per esempio la Inter-American Development Bank sta pianificando di modicare il suo tasso di interesse per favorire gli investimenti su fonti di energia rinnovabili. Quindi, Conferenze come queste sono occasioni per la Comunità Mondiale di trovare nuove idee e strumenti, ma non sono certo utili per trovare un accordo globale sull'ambiente. O quantomeno non nel breve termine.
Se avessimo trovato un accordo non necessariamente le cose sarebbero cambiate, basti ricordare che l'accordo di Kyoto si rivolgeva a circa 2-3 dozzine di Paesi di cui solo 5 hanno fatto ciò che era stabilito nell'accordo. Quindi dobbiamo fare un passo indietro dall'idea che un accordo salverà il mondo. Abbiamo visto che gli accordi sono irraggiungibili e, se sono irraggiungibili, sono troppo deboli per fare qualsiasi cosa. Le conseguenze attuali sono le più ovvie. Una è lo scioglimento delle calotte polari che sta avendo luogo soprattutto nell'Artico. Le calotte polari stanno scomparendo, non sono ancora invisibili, ma se continuano ci saranno conseguenze drammatiche. Io credo che anche se non ci fosse un accordo globale vincolante, dovremmo considerare il fatto che ci sono altre strade. Io credo che questo vertice climatico ogni anno abbia un'enorme importanza e che questi siano gli unici eventi globali dove la scienza, il business e tutta la comunità si incontrino in un processo osmotico. Questa è l'Esposizione Universale dell'Energia Climatica. Qualsiasi potenza mondiale che ha qualcosa da dire e pensa a questi problemi si ritrova in questa circostanza. Queste conferenze hanno un'enorme rilevanza per definire la capacità globale e per come cambiare il nostro modo di vivere. Quando si guarda a cosa è successo nelle ultime 5 conferenze globali di cui sono stato testimone, la questione principale è stata l'economia basata sull'energia pulita. Ogni anno l'approccio e le tematiche si sono sviluppate e si sono fatti grandi passi avanti. Qui ci sono grandi questioni al vaglio. E’ un grande generatore di idee e di progetti, a partire dalla tematica della trasformazione di energia pulita. Il secondo elemento sarà che, quando avrai un sistema volontario nel futuro (di controllo delle emissioni, ndr), avrai bisogno di sistemi di misurazione e di standard. Non posso pensare a qualcuno capace di definire questi standard se non le Nazioni Unite. C'è una netta differenza fra l'approccio di oggi e quello che del futuro. Dovremmo scendere su un livello di dettaglio maggiore e affrontare le tematiche da un punto di vista più tecnico e scientifico.
Io non sono uno scienziato nazionale. Mi limito a ripetere ciò che leggo, ciò che la gente dice, ma sembra essere un'opinione condivisa che, una volta che le calotte polari si saranno sciolte, ci vorrà molto tempo perchè si riformino. Non è come il tuo congelatore che, un giorno, lo puoi spegnere ed il giorno seguente accendere e hai di nuovo i cubetti di ghiaccio. Non è certo questo il caso. Da ciò che ho appreso dagli scienziati, è un processo che potrebbe essere sia reversibile che irreversibile.

(fonte: Beppegrillo)

domenica 21 novembre 2010

La Terra dei Fuochi (Roberto Saviano)

Mentre i clan trovavano spazio ovunque per i rifiuti, l’amministrazione della regione Campania dopo dieci anni di commissariamento per infiltrazioni camorristiche non riusciva più a trovare il modo di smaltire la sua spazzatura. In Campania finivano illegalmente i rifiuti d’ogni parte d’Italia, mentre la monnezza campana nelle situazioni di emergenza veniva spedita in Germania a un prezzo di smaltimento cinquanta volte superiore a quello che la camorra proponeva ai suoi clienti. Le indagini segnalano che solo nel napoletano su diciotto ditte di raccoglimento rifiuti, quindici sono direttamente legate ai clan camorristici.

Il territorio è ingolfato di spazzatura, e sembra impossibile trovare soluzione. Per anni i rifiuti sono stati ammonticchiati in ecoballe, enormi cubi di spazzatura tritata e imballata in fasce bianche. Solo per smaltire quelle accumulate sino ad ora ci vorrebbero cinquantasei anni. L’unica soluzione che sembra essere proposta è quella degli inceneritori. Come ad Acerra, che ha generato rivolte e proteste feroci che hanno censurato persino la semplice idea di un possibile inceneritore in quelle zone. Verso gli inceneritori i clan hanno un atteggiamento ambivalente. Da un lato sono contrari, poichè vorrebbero continuare a vivere di discariche e incendi, e l’emergenza permette in più di speculare sulle terre di smaltimento delle ecoballe, terre che loro stessi affittano. Nel caso però si dovesse realizzare l’inceneritore sono già pronti per entrare in subappalto per la costruzione, e successivamente per la gestione. Laddove le inchieste giudiziarie non sono ancora arrivate, la popolazione è già giunta. Terrorizzata, nervosa, spaventata. Temono che gli inceneritori possano diventare delle fornaci perenni dei rifiuti di mezz’Italia a disposizione dei clan , e quindi tutte le garanzie sulla sicurezza ecologica dell’inceneritore anrebbero a vanificarsi contro i veleni che i clan imporrebbero di bruciare. Migliaia di persone sono in stato di allerta ogni qual volta si dispone la riapertura di una discarica esaurita. Temono che possano arrivare da ogni parte rifiuti tossici spacciati per rifiuti ordinari, così resistono sino allo stremo piuttosto che rischiare di fare del proprio paese un deposito incontrollato di nuova feccia.

(fonte: Gomorra - Roberto Saviano)

domenica 26 settembre 2010

IL PROGETTO: Verdi cambiano e diventano "trasversali' L'appello: "Ecologia sia patrimonio di tutti"

Il portavoce del partito del 'Sole che ride' Bonelli ha presentato "Io cambio", la costituente ecologista che dovrebbe anche superare la storica contrapposizione tra destra e sinistra. Tra i primi aderenti Francesca Comencini, Loretta Napoleoni e Lupo Rattazzi

I Verdi cambiano e diventano "trasversali' L'appello: "Ecologia sia patrimonio di tutti" L'attuale simbolo dei Verdi, destinato ad essere sostituito

ROMA - Una 'costituente ecologista' per "superare i Verdi con un grande atto di coraggio": Angelo Bonelli, portavoce del partito del 'Sole che Ride', ha annunciato oggi in una conferenza stampa la svolta promossa attraverso l'appello "Io cambio". L'obiettivo, ha spiegato Bonelli, è quello di ricollocare la formazione in un'ottica di "trasversalità" politica. "Vogliamo fare in modo - ha affermato - che i contenuti ecologisti diventino patrimonio di tutti i cittadini".

"Basta contrapposizioni destra-sinistra - ha detto ancora il leader ambientalista - c'è tanta sinistra che nei Comuni fa piani regolatori cementificatori e nelle Regioni apre agli inceneritori". Il che non significa passare in blocco alla destra: Bonelli, che aveva accolto positivamente la proposta Pd del 'Nuovo Ulivo', ha ribadito che il suo movimento è "fiero oppositore di questo governo" ma sulle alleanze oggi ha precisato: "decideremo insieme ai cittadini".

Il nuovo nome e il nuovo simbolo verranno decisi con le primarie, sulla scia di Europe Ecologie, la formazione ambientalista francese nata da un processo simile che ha fuso i vecchi Verdi con una serie di personalità e di organizzazioni della società civile, superando alle ultime elezioni europee il 16 per cento.

Tra i firmatari dell'appello 'Io cambio' ci sono volti noti della televisione e dello spettacolo come Mario Tozzi, Luca Mercalli, Francesca Comencini, Giobbe Covatta, personalità del mondo ambientalista come il presidente del Wwf Stefano Leoni, il vicepresidente di Italia Nostra Nicola Caracciolo, storici ex parlamentari e dirigenti dei Verdi come Massimo Scalia, Gianfranco Bettin e Marco Boato, intellettuali come Paolo Berdini, Loretta Napoleoni, Riccardo Petrella. C'è anche un Agnelli: Lupo Rattazzi, figlio di Susanna e nipote dell'avvocato.

L'ispirazione viene anche dal videomessaggio di Dany Cohn-Bendit, guru dell'ambientalismo europeo: "Il cambiamento è necessario, non potete continuare a fare la politica ecologista in Italia come negli ultimi anni".

(24 settembre 2010)

(fonte: Repubblica)

Inquinamento Canada, i pesci si deformano

di Riccardo Bianchi e Mauro Munafò

Tumori grossi come palle da tennis, alterazioni delle pinne, gigantismo delle teste: il lago di Athabasca è diventato una pozza degli orrori. Colpa delle vicine sabbie bituminose da cui viene estratto il petrolio. Lo stesso procedimento che l'italiana Eni sta per utilizzare in Congo
(24 settembre 2010)
Pesci rossi che dovrebbero essere bianchi, con tumori grossi come palle da tennis e deformazioni di ogni tipo sulle pinne, sullo scheletro e sul corpo. Lo 'spettacolo' allestito da un gruppo di scienziati, pescatori e cittadini per denunciare l'inquinamento della regione canadese del lago di Athabasca è degno di un circo degli orrori. Deformazioni e malattie della fauna del lago hanno con ogni probabilità un solo responsabile: lo sfruttamento delle vicine sabbie bituminose da cui viene estratto il petrolio. Una tecnica assai contestata dagli ambientalisti ma di sempre maggior successo, non solo in Canada... (continua) (fonte: L'espresso)