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giovedì 5 aprile 2012

Cronista si occupa di mafia in Calabria, la sua macchina viene fatta saltare in aria


Vittima dell'attentato, i cui esecutori restano ignoti, è il cronista di Calabria Ora Ilario Filippone. Da anni si occupa prevalentemente di cronaca nera e giudiziaria. Segue i processi contro lo cosche della Locride Ancora giornalisti nel mirino. Ancora in Calabria a testimonianza del fatto che non è semplice fare informazione in una terra in cui la legge dello Stato spesso deve convivere con la prepotenza della ‘ndrangheta. Prepotenza che, in provincia di Reggio, è sinonimo di violenza. Da ieri notte lo sa bene anche Ilario Filippone, il giornalista di Calabria Ora che, a Locri, ha visto saltare in aria la sua auto, una Renault Modus appena acquistata. Ignoti hanno piazzato, sotto la macchina un ordigno, probabilmente collegato a liquido infiammabile. Lello, così lo chiamano i colleghi, si occupa prevalentemente di cronaca nera e giudiziaria. Segue i processi contro lo cosche della Locride e questo, spesso, lo porta a scrivere dei mafiosi della sua zona. A volte della sua stessa cittadina. Oltre a distruggere la sua auto, i delinquenti hanno anche rotto la cassetta della posta dell’abitazione in cui vive il giornalista. A sentire il boato provocato dall’ordigno e ad accorgersi delle fiamme sono state la madre e la sorella di Lello. Avvertiti immediatamente i carabinieri e i vigili del fuoco, gli inquirenti hanno iniziato le indagini sequestrando i filmati ripresi da una telecamera di sicurezza posta in un distributore di carburante nelle vicinanze del luogo dell’attentato. 

 (fonte: Il Fatto Quotidiano)

mercoledì 14 marzo 2012

Mannino, “fuorionda” sulla trattativa: “Hanno capito tutto, stavolta ci fottono”


In un bar di Roma, una cronista del "Fatto" ascolta un colloquio riservato tra l'ex ministro e l'europarlamentare Udc Gargani. "Massimo Ciancimino ha detto la verità". Nelle parole del politico siciliano, la preoccupazione che emerga il ruolo della sinistra Dc e di Ciriaco De Mita nelle pressioni per ammorbidire il carcere duro per i boss di Cosa nostra nel 1992-1993

 I fatti

 Sono circa le 12,30 di mercoledì 21 dicembre quando arrivo alla pasticceria Giolitti in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Piazza del Parlamento, dove ho appuntamento per ragioni di lavoro con l’onorevole Aldo Di Biagio di Fli. Entro, ma non lo vedo. La voglia di accendere una sigaretta supera anche il freddo pungente. Esco. Mi siedo a un tavolino e ordino un cappuccino. Sono sola. Poco dopo vedo arrivare, a passo lento, l’onorevole Calogero Mannino in loden verde, in compagnia di un signore dai capelli bianchi, occhiali, cappotto scuro taglio impermeabile e in mano un libro e dei fogli. Non so chi sia. I due stanno parlando. E continuano a farlo fermandosi in piedi accanto al mio tavolo. Mannino, che mi dà le spalle, dice con tono preoccupato e guardandosi più volte intorno sospettoso: “Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”. Il suo interlocutore annuisce con cenni del capo e ripete: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”. E Mannino ripete: “Fallo subito, è importante, mi raccomando”. Poi, avvicinandosi di più al signore coi capelli bianchi, gli sussurra all’orecchio parole che ovviamente mi sfuggono, ma che suscitano nell’interlocutore un’espressione di meraviglia. Subito dopo, i due si salutano, si abbracciano e si scambiano gli auguri di Natale. Mannino si dirige verso il Pantheon, mentre il signore occhialuto col cappotto scuro verso Piazza del Parlamento, dove poco dopo lo fotografo con il mio iPhone. Subito dopo mi raggiunge l’onorevole Di Biagio. Il quale, vedendomi un po’ turbata, mi domanda cosa mi sia accaduto. Rispondo genericamente di aver ascoltato Mannino dire cose incredibili. Rientro in redazione nel primo pomeriggio e racconto per sommi capi quello che ho visto e sentito al direttore Antonio Padellaro e al vicedirettore Marco Travaglio. Quest’ultimo, quando gli mostro la foto scattata dal mio iPhone e gli chiedo se riconosca il signore occhialuto coi capelli bianchi, risponde sicuro : “Certo, è Giuseppe Gargani, ex democristiano, demitiano, poi berlusconiano”. Gargani è un ex Dc, ex Ppi, nominato commissario dell’Agcom dal governo dell’Ulivo, poi transitato in Forza Italia e di lì confluito nel Pdl, eletto europarlamentare, ultimamente fondatore di Europa Sud e da poco passato all’Udc di Casini. Alla luce di questa biografia, le parole che ho appena ascoltato diventano tante tessere che vanno a riempire una parte del mosaico. Annoto quello strano episodio con le parole che ho ascoltato dalla viva voce di Mannino nel mio taccuino: un giorno questi appunti potrebbero tornare utili. Ci ripenso quando leggo che la Procura di Palermo, nel corso dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, è salita a Roma il 12 gennaio per sentire come testimone Ciriaco De Mita. Già so infatti quel che ha dichiarato a suo tempo Massimo Ciancimino: la trattativa fra gli uomini del Ros e suo padre Vito godeva di coperture politiche anche tra le file della sinistra Dc (la corrente, appunto, di De Mita e Mannino). Mi riservo di approfondire e contestualizzare meglio. Intanto passa qualche altro giorno ed ecco accendersi definitivamente la lampadina quando, il 23 febbraio, le agenzie e i siti battono la notizia che Calogero Mannino, già assolto in Cassazione dopo un lungo e tortuoso processo per concorso esterno in associazione mafiosa, è di nuovo indagato a Palermo. Questa volta per il suo presunto coinvolgimento nella trattativa Stato-mafia. Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 338 del Codice penale, aggravato dall’articolo 7 (cioè dall’intenzione di favorire Cosa Nostra): per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. Lo stesso che vede già indagati il generale ex Ros Mario Mori, l’ex capitano Giuseppe De Donno, il senatore Marcello Dell’Utri, i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano. Approfondisco le ultime mosse dei magistrati e apprendo che durante l’interrogatorio c’è stato un duro scontro tra il pm Antonio Ingroia e Ciriaco De Mita. Ingroia definisce Mannino, nel periodo che era oggetto dell’interrogatorio, ministro degli Interventi straordinari del Mezzogiorno, De Mita puntualizza: “Ministro dell’Agricoltura”. Ma il pm insiste. “E come fa a permettersi di insistere?”, sbotta De Mita. Il pm replica: “Perché ricordo, ricordo diversamente”. “Giudice – ribatte De Mita – se lei ha la presunzione della verità delle sue opinioni, io temo per gli imputati!”. Ad avere ragione è Ingroia: Mannino fu ministro dell’Agricoltura nel 1982 e ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno dal 12 aprile ‘91 al 28 giugno ‘92. Ma alla fine De Mita aveva dovuto ammettere di avere torto: “È grave, è grave per me…”. Quanto al ruolo di Mannino, le cronache riferiscono che l’autista di Francesco Di Maggio (il magistrato promosso vent’anni fa vicedirettore del Dap e poi scomparso) ha rivelato ai pm di aver appreso dallo stesso Di Maggio che proprio Mannino fece pressioni affinché non venisse rinnovato il 41-bis ad alcuni mafiosi detenuti. Ecco di che cosa parlava Mannino con Gargani quel mattino poco prima di Natale. Ecco perché appariva così terrorizzato da possibili “voci stonate” sulla trattativa e interessato alla compattezza e all’uniformità delle versioni da parte di tutti gli “amici” della vecchia Dc. Ed ecco, ben chiare di fronte a me, le ultime tessere mancanti del mosaico di quell’episodio che temevo fosse destinato a restare confinato in qualche riga di appunti sul mio block notes. Ne parlo con qualche mia fonte di ambiente investigativo e ben presto la scena cui ho assistito davanti al bar Giolitti giunge a conoscenza dei magistrati di Palermo. 
 

Vengo convocata dai pm Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido che indagano sulla “trattativa” per essere ascoltata come persona informata sui fatti, cioè come testimone nel fascicolo sulla trattativa. Ovviamente accetto di raccontare tutto ciò che ho visto e sentito quel mattino. Dopo verranno subito sentiti i due politici protagonisti del colloquio da me casualmente ascoltato: cioè Mannino e Gargani. Alla fine, al momento di firmare il verbale, i magistrati mi ricordano che le deposizioni dei testimoni sono coperte dal segreto investigativo. Obietto che sono una giornalista, oltreché la depositaria della notizia. Dunque, ultimate tutte le verifiche per contestualizzare il colloquio Mannino-Gargani, racconterò tutto anche ai lettori. Cosa che ho appena fatto. 

venerdì 15 luglio 2011

Caro ministro agricolo, bello come un porcellino


Lidia Ravera

ROSEO, PINGUE, soddisfatto del truogolo in cui si nutre, Saverio Romano, fisicamente, ha qualcosa di Jimmy, il più piccolo dei tre porcellini. Il musetto? Il codino? Quegli occhietti piccini e furbissimi? Di tutti i “salvatori della patria” che, il 14 dicembre scorso, allungarono, con il loro voto, la vita di un governo morente, è quello che ha ottenuto la medaglia più sostanziosa, un ministero, mica bruscolini. Sulla sua competenza in materia di agricoltura nessuno si interroga, le cariche, nel nostro Paese, sono moneta sonante non incarichi, ma premi a carriere il più possibile politicamente scorrette. Non investiture del migliore ma lauree del disonore: più hai trafficato e più ci piaci. Più sei legato con un potere occulto (criminale o massonico non importa, c’è libertà di scelta, vedi un po’ tu), più ci sei caro, utile, essenziale. Porti in dote un bel corredo di voti, quelli del bacino mafioso sono fra i più sicuri, più dei Bot, più dei Cct.
Sai ricattare, d’accordo, e questo non sta bene, ma sei anche ricattabile e allora, okay, sei dei nostri. E se adesso devi andare un pochino in galera, tranquillo. Ti tireremo fuori, riavrai tutti gli onori… ci pensano Tommy e Timmy. Vai che non sei solo, piccolo Jimmy!

(fonte: Il Fatto Quotidiano)

giovedì 5 maggio 2011

Il disastro ambientale del Cavaliere


di Giovanna Ricoveri.

Meno nota e non sempre sotto i riflettori, la (non) politica ambientale dei vari governi Berlusconi ha provocato effetti disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni. Oltre a distruggere il nostro ecosistema, ha un costo economico e sociale enorme che ricade soprattutto sui soggetti più deboli.


Il problema

Il filo rosso che attraversa e orienta la politica ambientale dei governi Berlusconi dal 1994 ad oggi è efficacemente espresso dallo slogan «Padroni a casa propria», con cui Forza Italia vinse le elezioni politiche del 1994. Questo slogan, usato ripetutamente a sostegno delle scelte liberiste della politica ambientale, ne esprime bene anche le ambiguità: dichiara di voler sostenere la libertà individuale di tutti i cittadini, mentre nella sostanza serve a costruire e foraggiare l’alleanza con le forze della rendita, della speculazione, degli affari e spesso della malavita organizzata. L’ambientalismo berlusconiano si fonda sull’ideologia del «mercato senza regole», della privatizzazione di tutto quello che è «comune» o statale, dell’equiparazione tra il pubblico e il privato, della cancellazione dello Stato ridotto a impresa.

Tra il berlusconismo e l’ambiente esiste una contrapposizione insanabile e a priori: il primo si basa sul privato e sull’arricchimento individuale, sull’appropriazione individuale delle risorse naturali, sociali e culturali, sul governo della cosa pubblica da parte di un comitato d’affari; il secondo, sul pubblico e sulle regole, sui beni comuni, sul rispetto della natura e dei suoi cicli vitali, sulla giustizia ambientale oltre che su quella sociale, sulla democrazia intesa come partecipazione dei cittadini alle scelte che regolano la loro vita.

Negli anni Ottanta, e in particolare con la caduta del Muro di Berlino, l’ideologia del libero mercato ha fatto breccia anche nelle forze politiche di sinistra – in tutta la gamma delle sue articolazioni – e questo ha aperto un varco importante per il diffondersi in Italia di una destra populista, che si autodefinisce «liberale». Il rispetto delle regole e il controllo sulla loro applicazione non fanno parte del resto della tradizione italiana, come avviene in altri paesi europei; la cultura ecologista è nata in Italia molto più tardi che nel resto d’Europa e «il mattone» è un male antico, che trovava giustificazione in passato quando il paese era povero e la casa di proprietà era un fattore di sicurezza, e ne trova una anche oggi perché il costo delle abitazioni e il livello degli affitti è proibitivo per la stragrande maggioranza della popolazione rispetto al livello dei salari, molto di più di quanto non avvenga negli altri paesi europei. L’edilizia continua inoltre a essere considerata il motore o volano dello sviluppo da parte delle forze produttive – imprenditoriali e del lavoro – senza alcun serio ripensamento sui limiti intrinseci e sulla pochezza di un tale modello di sviluppo.

Nel secondo dopoguerra, anche in Italia c’è stata una stagione positiva di pianificazione territoriale e una «primavera» ambientale, che hanno prodotto strumenti e leggi di regolazione, ora nel mirino della destra al potere. Il berlusconismo, coadiuvato dalla Lega, ha cavalcato la situazione dando dignità di progetto politico a un disegno reazionario, senza trovare un’opposizione convinta da parte delle forze politiche di sinistra. Nella politica ambientale di questo governo c’è molta arroganza ma anche ignoranza sul ruolo insostituibile delle regole nella convivenza umana e dei servizi ecosistemici che la natura offre gratuitamente a tutti noi.

Gli effetti sono disastrosi da molti punti di vista: la salute, la fertilità dei suoli, la sicurezza alimentare, il riscaldamento climatico, le frane e le alluvioni, e hanno anche un notevole costo economico che pesa sulle casse dello Stato e che potrebbe essere evitato con politiche di prevenzione. Questa politica ambientale è inoltre iniqua e ingiusta, perché il suo costo ricade soprattutto sui soggetti più deboli – bambini, anziani e meno abbienti – e appare tanto più grave in un paese come l’Italia geologicamente giovane, fragile e instabile dal punto di vista idrogeologico sia nella pianura padana che lungo l’Appennino.

Uno sguardo d’insieme

La politica ambientale dei governi Berlusconi – che resta tale anche quando è una non politica, perché l’assenza di norme è in questo caso funzionale al progetto – ha spaziato fin dall’inizio in tutte le direzioni, usando tattiche diverse a seconda delle opportunità, sempre allo scopo di ottenere il consenso del popolo, che di quelle scelte e non scelte è comunque chiamato a pagare il prezzo maggiore.

Ha tagliato fin dagli inizi il bilancio del ministero dell’Ambiente fino al 60 per cento di quest’anno e ne ha ridimensionato il ruolo modificandone la legge istitutiva; non ha finanziato nessuno dei piani di riforestazione, la cui realizzazione spetta alle regioni; nel gennaio 2010 ha concesso a quest’ultime libertà di deroga sui calendari della caccia stabiliti dalla legge 157 dell’11 febbraio 1992 per gli uccelli migratori e alcuni mammiferi come cervi, caprioli e cinghiali, con conseguenze negative sulla biodiversità; ha negato l’esistenza del cambiamento climatico in molte dichiarazioni ufficiali e paga all’Unione Europea 42 euro al secondo per violazione degli accordi climatici; usa il milleproroghe – il decreto del Consiglio dei ministri per «prorogare o risolvere disposizioni urgenti entro la fine dell’anno in corso» – per cancellare, reintegrare o istituire norme e finanziamenti come nel caso della detrazione fiscale del 55 per cento sulla spesa di riqualificazione energetica degli edifici già esistenti; o, peggio ancora, per smembrare il Parco dello Stelvio tra le province di Trento e Bolzano e la regione Lombardia e «ringraziare» in questo modo i deputati della Svp che si sono astenuti sulla mozione di sfiducia il 14 dicembre 2010; inserisce norme ambientali in coda a leggi che si occupano d’altro o gioca sulle parole per dire e non dire, come nel caso della legge sulla prima sanatoria edilizia del 1994 dove un articolo esclude dal condono le volumetrie superiori a 750 mc per edificio mentre un altro articolo precisa che l’esclusione non riguarda la volumetria dell’intero edificio ma la singola domanda di condono: basta dunque presentare due domande, per aggirare l’ostacolo. Last but not least, il federalismo demaniale approvato dal Consiglio dei ministri il 20 maggio 2010, che trasferisce agli enti locali i beni del demanio patrimoniale dello Stato, al fine della loro «valorizzazione ambientale»: ma che cosa ci può essere di ambientale nella messa sul mercato dei beni pubblici? L’idea è quella che i «gioielli di famiglia» possano restare pubblici anche se dati in gestione al privato, che ne trae un profitto con cui compensare il taglio dei trasferimenti da parte dello Stato. L’esperienza dell’acqua, in Italia e nel mondo, dimostra che la gestione privata di un bene comune serve solo a privatizzare quel bene e, con esso, lo Stato e il pubblico in generale.

Condoni edilizi e morte dell’urbanistica

Urbanistica e assetto idrogeologico del suolo sono i due terreni privilegiati della controriforma ambientale berlusconiana. Per sostenere l’edilizia, e quindi con il consenso trasversale di cittadini, costruttori, speculazione edilizia, lobby del cemento e sempre più spesso della mafia e della camorra, il governo Berlusconi ha realizzato due condoni edilizi (rispettivamente nel 1994 e nel 2003), mentre un terzo è nell’aria; ha abolito l’Ici (2008) sulla prima casa per tutti indipendentemente dalla tipologia dell’abitazione e dal livello di reddito del proprietario; ha approvato un piano di edilizia abitativa (2009) da realizzare con l’ampliamento delle abitazioni esistenti senza alcuna considerazione dei servizi pubblici che tale piano richiede e che graveranno sulla spesa pubblica. Il piano stenta a decollare per vincoli burocratici, affermano governo e Confindustria. Era già stato realizzato abusivamente, fa capire l’Istat quando informa che nei dieci anni precedenti 24 mila alloggi (e 87 mila stanze) in media ogni anno erano già stati ampliati, abusivamente e illegalmente.

Il primo condono, subito dopo l’ingresso di Berlusconi a Palazzo Chigi, era una promessa fatta in campagna elettorale, con lo slogan: «Padroni a casa propria». Il condono riguardava tutte le costruzioni abusive anche quelle realizzate nelle zone ecologicamente fragili e soggette a rischio frana, nelle aree a elevato livello di biodiversità e in quelle soggette a vincolo paesaggistico, e quindi con divieto di edificazione in base alla legge Galasso (n. 431 del 1985), perché vicine a fiumi o sulla riva dal mare; la disposizione mirava a consentire ai fiumi di avere lo spazio di espansione nei periodi di piena. Quel condono rispondeva del resto a una domanda popolare diffusa anche perché le costruzioni abusive non erano più opera della vecchia borghesia parassitaria e dei grossi speculatori sulle aree del secondo dopoguerra ma di gruppi medi di proprietari e di esponenti della nuova borghesia commerciale. La legge di condono 724 del 23 dicembre 1994 si intitolava «Misure di razionalizzazione della finanza pubblica», evidenziando un altro punto fermo della politica berlusconiana, far credere ai cittadini che il nuovo governo alimenta le casse dello Stato con le entrate della sanatoria «senza mettere le mani nelle tasche degli italiani». Era una grandissima bugia, perché i costi di urbanizzazione a carico dello Stato sono stati, in questo caso, almeno 5 volte superiori alle entrate.

Il secondo condono (decreto legge 269 del 2003) è servito soprattutto a sanare il cambiamento della destinazione d’uso di magazzini e capannoni in piccole attività artigianali, palestre, supermercati e centri commerciali, discoteche e altre attività terziarie necessarie al modello di sviluppo del Nord-Est ora in crisi e alla trasformazione della pianura padana in un continuo urbano senza forma né identità. Anche in questo caso, la legge aveva un titolo ambiguo: «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici». L’esiguità delle somme stanziate per lo sviluppo – 50 milioni di euro per la riqualificazione urbanistica e 100 per la sicurezza idrogeologica – rivelarono subito l’imbroglio del titolo, che dice una cosa diversa da quella che si sta facendo.

L’abusivismo dell’era berlusconiana è un piaga storica, che la legislazione urbanistica del secondo dopoguerra non è riuscita a debellare perché l’abusivismo porta voti e perché lo Stato italiano non ha né la forza né l’autorità per far rispettare le sue leggi, specie in materia di edilizia; non per una predisposizione alla trasgressione del popolo italiano, come ha recentemente precisato Paolo Berdini (Breve storia dell’abuso edilizio in Italia, Donzelli 2010). Con i governi Berlusconi questa piaga non è più un costo da pagare ma un’opportunità da utilizzare: l’illegalità nelle costruzioni è pertanto diventata permanente. L’abusivismo edilizio tollerato, e anzi «atteso», esprime anche il tentativo di chiudere definitivamente la stagione delle leggi di regolazione urbanistica e territoriale, che avevano dato agli enti locali gli strumenti per il controllo della rendita fondiaria: l’esproprio a prezzi agricoli della aree da edificare e l’abbattimento degli edifici costruiti illegalmente. Il poker delle leggi importanti, per il periodo preso in esame, era costituito dalle seguenti leggi (tra altre): la 167 del 1962 per l’edilizia economica e popolare, la 765 del 1967 contro l’abusivismo nei centri storici, la 10 del 1978 sull’edificabilità dei suoli, la 457 del 1978 sull’edilizia residenziale.

I costi ambientali dei condoni edilizi sono molto elevati da molti punti di vista, primo tra tutti la devastazione del territorio che è in larga misura irreversibile, e quindi non quantificabile. Può essere in parte reversibile, ma a un costo elevato e nei tempi lunghi. I suoi effetti negativi dipendono da un consumo di suolo superiore a quello ecologicamente e socialmente sostenibile; dalla scomparsa di aree verdi e agricole essenziali per respirare e per un’agricoltura sana; dalla deturpazione del paesaggio; da un sistema di trasporti caotico che insegue gli insediamenti senza mai raggiungerli; dall’inquinamento idrico per la mancanza di fognature; dal degrado sociale e umano di chi è costretto a vivere lontano dai servizi e dalle scuole, senza negozi, parchi, librerie, teatri e spazi pubblici. Costi elevati si calcolano anche nell’industria edile – da quelli legati al ciclo del cemento scavato nell’alveo dei fiumi agli incidenti sul lavoro nei cantieri privi di controlli.

Già verso la fine degli anni Ottanta la pianificazione urbanistica e territoriale cedeva il passo all’urbanistica contrattata e alla privatizzazione dell’urbanistica, che consegnava le trasformazioni del territorio alla proprietà immobiliare, con il consenso e anche il concorso della sinistra entrata nell’ottica del mercato, in particolare di alcune amministrazioni come il comune di Roma delle giunte Rutelli e Veltroni. Al cuore delle politiche di privatizzazione delle nostre città c’è la proposta presentata dall’onorevole Maurizio Lupi di riforma della legge urbanistica del 1942, che da anni il governo di destra cerca di far passare in parlamento. L’obiettivo della proposta è liquidare i piani regolatori e «convincere» le amministrazioni pubbliche a scendere a patti con la proprietà fondiaria, i cui esponenti sono equiparati allo Stato.

(fonte: Micromega, Cometa)

domenica 30 gennaio 2011

Borsellino fermato anche perche' indagava su Dell'Utri?


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di AMDuemila - 29 gennaio 2011“Stiamo ancora cercando riscontri ma secondo noi Paolo Borsellino stava indagando su Marcello Dell'Utri. Anche per questo motivo c'è stata quell'accelerazione sulla sua morte. Ma di questo parleremo nel prossimo libro che stiamo già scrivendo”.

Con questa rivelazione Giorgio Bongiovanni, direttore di ANTIMAFIADuemila e coautore conLorenzo Baldo del libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” (Aliberti Editore), ha concluso la conferenza di presentazione che si è tenuta presso l'Aula Magna della Falcoltà di Giurisprudenza di Palermo. Una manifestazione intensa ed emozionante a cui hanno partecipato come relatori, oltre agli autori, i fratelli del giudice Salvatore e Rita Borsellino, i giudici Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo, e il giornalista Umberto Lucentini.
Oltre a ringraziare tutti coloro che, grazie alle proprie testimonianze, hanno reso possibile la realizzazione del libro, gli autori hanno dapprima raccontato le motivazioni che li hanno spinti a scrivere un libro sugli ultimi 57 giorni di Paolo Borsellino, quindi hanno rivelato il progetto della nuova pubblicazione.
“Questo libro lo abbiamo scritto in quanto, senza trascurare le altre stragi, a nostro parere quella di via D'Amelio da la vera chiave di interpretazione per capire chi oggi è al potere”.  “Secondo noi – ha aggiunto Bongiovanni – e mi assumo la responsabilità di quello che dico, chi comanda in Italia, sotto tutti gli aspetti (politico, economico e finanziario), sono in qualche modo responsabili di questo assassinio. Mi riferisco ad un potere trasversale a cui appartengono personaggi 'di centro, di destra e di sinistra', personaggi che oggi comandano in Italia e di cui il Premier è l'espressione più drammatica e buffonesca. Noi pensiamo che questo potere ha fatto accordi con Cosa nostra e uno dei burattinai, ormai in fin di vita ma che ancora si esprime come Licio Gelli, parla di piano di Rinascita ed esprime giudizi. Questa persona è uno di quegli oracoli che ogni tanto ci indicano una strada. Non so se lo fa coscientemente o perché ha 93 anni, ma dice delle cose verosimili. E tornando all'accordo tra mafia e Stato secondo noi è possibile che Mancino abbia chiamato Borsellino proprio per dirgli di questa trattativa, e che il giudice si sia indignato a tal punto da frapporsi alla stessa. Pertanto è stato eliminato”.
Durante l'incontro, grazie alle domande formulate dalle due moderatrici Anna Petrozzi e Lucia Castellana, sono stati toccati diversi aspetti. Ad essere approfondite non sono state solo le tematiche del libro, che per l'appunto attraversa gli ultimi cinquantasette giorni vissuti dal giudice antimafia immediatamente dopo la Strage di Capaci fino al giorno della sua morte, ma anche un'analisi sul momento politico sociale che lo Stato italiano sta attraversando e sulla necessità di impegnarsi attivamente, ognuno con i propri mezzi, per cercare di sconfiggere questo cancro che è la Mafia. Una lotta a cui Paolo Borsellino credeva con ottimismo, così come scriveva in una lettera appena poche ore prima della propria  morte. Un episodio ricordato con emozione da Salvatore Borsellino durante la conferenza. Lui, simbolo di quella nuova resistenza che si manifesta nelle persone e nei tanti giovani coinvogliati nel movimento delle “Agende Rosse” pronte a scendere in campo per difendere i giudici che mettono a rischio la propria vita in favore della verità e della giustizia. Giudici come Antonino Di Matteo e Antonio Ingroia. Quest'ultimo, procuratore aggiunto della Procura di Palermo ed autore della prefazione del libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”, ha denunciato gli attacchi che continuamente subisce la magistratura nel tentativo di stravolgerne l'indipendenza subordinandola alla politica. “La legge è uguale per tutti – ha detto il magistrato – e questo è sicuramente uno dei principi cardine per salvaguardare democrazia e legalità nel nostro Paese. Valori che vanno difesi ad ogni livello”. Un concetto condiviso pienamente anche da Antonino Di Matteo, sostituto procuratore di Palermo e presidente dell'Anm Palermo, che, commentando le note finali del libro, ha detto: “Condivido ogni parola degli autori quando dicono che per rendere onore al debito morale che abbiamo nei confronti di Paolo Borsellino ognuno di noi deve pretendere giustizia e verità. Tutti noi siamo chiamati a questo passo e dobbiamo metterci impegno. Alimentando la vostra sete di giustizia e verità noi magistrati abbiamo un dovere, resistere ispirandoci al coraggio di Paolo, alla sua passione, impegnadoci con la consapevolezza di esercitare non un potere ma un servizio in favore del popolo, per dimostrare che si è davvero tutti uguali di fronte alla legge”.
Importanti sono state anche le testimonianze di Rita Borsellino, che oltre a ricordare il fratello ha ribadito l'importantza di schierarsi ed impegnarsi anche politicamente per cercare di scardinare l'attuale sistema di potere, e Umberto Lucentini, che invece ha voluto evidenziare il ruolo che in questo momento recita l'informazione.

(fonte: Antimafia Duemila)

venerdì 3 dicembre 2010

Metastasi: sangue, soldi e politica tra nord e sud.

Presentato il libro “Metastasi” di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli sui rapporti tra la mafia calabrese e alcuni esponenti politici. La nuova ‘ndrangheta nella confessione di un pentito.


di Sebastiano Di Mauro.

Sono imperversate in queste settimane discussioni a non finire su Mafia Si o Mafia NO in Lombardia, che ha scatenato dibattiti su carta stampata e Tv e, come era prevedibile che fosse, un fiume di polemiche. E’ stato criticato Roberto Saviano che ha trattato il tema delle infiltrazioni mafiose nel Nord Italia ed in Lombardia in particolare e, senza neanche troppi mezzi termini, aveva fatto intendere che le cosche mafiose avevano delle convivenze con le istituzioni locali, allarmando così il partito del Carroccio, tanto che il Ministro dell’Interno Maroni ha voluto replicare.
Ora, probabilmente, una nuova ondata di polemiche verrà suscitato da “Metastasi“, il libro pubblicato da Chiarelettere, firmato da Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli, inviati di “Libero”, che ieri sera è stato presentato al Circolo della Stampa di Milano alla presenza di Giornali, TV e tanti appassionati in una sala gremitissima che vedeva come relatori di rilievo Livia Pomodoro, presidente del tribunale di Milano, il procuratore capo della Dda di Roma Giancarlo Capaldo e Gad Lerner, giornalista e scrittore, oltre naturalmente a Maurizio Belpietro, direttore di Libero, testata a cui appartengono i due giornalisti autori.
Apriva la serata Gad Lerner, che rivolgendosi alla dr. Livia Pomodoro, ha esordito dicendo: “una volta tanto siamo in controtendenza e sono i giornalisti a portare notizie ai magistrati”. Queste “notizie”, contenute nel libro-confessione, come ha ammesso lo stesso procuratore G. Capaldi, costituiscono dei veri e propri documenti che sono al vaglio della magistratura, basandosi sulle rivelazioni del pentito Giuseppe Di Bella.
Infatti nel libro vengono affrontati ed eviscerati i rapporti tra la ’ndrangheta e diversi personaggi, i cui nomi, per ovvie ragioni, sono stati criptati con le lettere dell’alfabeto greco Alfa, beta… e tra questi il noto esponente del Carroccio, chiamato appunto il signor “GAMMA”, il quale facilmente si è riconosciuto in modo inequivocabile. E’ stato un ministro della passata legislatura, che dopo le reticenze del pre-presentazione del libro viene svelato come l’ex ministro Castelli, che a Varese, “consapevolmente” o “inconsapevolmente” beneficiò dei servigi della ‘ndrangheta, dopo l’incontro con il boss avvenuto proprio alla vigilia del grande boom del partito del Senatùr. Da quel giorno Trovato disse ai suoi: “Votate Lega e fate buon pubblicità”, aprendo così di fatto una sorta di patto di solidarietà.
Al quartier generale della Lega è già scattato l’allarme e Umberto Bossi, insieme al suo fidatissimo staff sta certamente approntando una manovra che corra ai ripari sul ciclone che si sta abbattendo sul partito. Ma non sono solo politici i legami della trama del libro, che al di là delle denunce chiare e gravi, è un romanzo, e descrive in maniera reale i rapporti che la ’ndrangheta calabrese ha intessuto con personaggi di spicco come Gianni Versace, che poi nel 1977 venne ucciso a Maiami in Florida, presumibilmente da un certo Andrew Cunanan, che si uccise misteriosamente prima di essere catturato dalla polizia statunitense. Ora G. Di Bella afferma sia stato un delitto per mano della ‘ndrangheta, che era arrivata fino a Miami per farlo fuori.
A dare il via alle confessioni del pentito Giuseppe Di Bella, pare sia stata la morte della moglie, che non è riuscito a portare per cure in Svizzera a causa delle lungaggini burocratiche che hanno avuto il sopravvento gettando nello sconforto un uomo venutosi a trovare solo con il suo bambino di 10 anni, un vero “ergastolano”, vittima ingiustificata del sistema mafioso.
Nel libro si parla, per la prima volta degli intrecci tra il boss della ‘ndrangheta Franco Coco Trovato, imprenditori e politici e, come confermato dallo stesso capo della direzione distrettuale antimafia romana Giancarlo Capaldo, nel corso della presentazione del libro, “è stato aperto un fascicolo per accertare e riscontrare la veridicità dei racconti fatti dal pentito”. La prima copia del libro con i nomi e cognomi chiari dei collusi si trova sulla sua scrivania per essere messo al vaglio della giustizia, che necessariamente dovrà fare tutte le opportune verifiche.
E’ stato ricordato come le parole più significative del pentito Di Bella abbiano trovato riscontro in un’altra voce decisiva nella lotta alla Mafia Calabrese, e che è quella di Filippo Barreca, praticamente il Buscetta della ’ndrangheta, e che come ammesso dalle parole del procuratore Nicola Gratteri è stato un santista, cioè uno di quelli ammessi a partecipare alle riunioni decisive dei capi dei capi e che quindi, senza di lui, non si sarebbero mai celebrati i processi di mafia che conosciamo.
Questo libro, come Vaticano Spa che ha venduto 250 mila copie in un anno in Italia, si annuncia un grande successo e sarà un idea regalo per il prossimo Natale a sole 14.60 euro e reperibile da oggi in tutte le librerie. Questo libro, inoltre, come ribadito da Gianluigi Nuzzi, non è una “spremitura” di atti giudiziari, ma rappresenta una confessione chiara ed allo stesso tempo sconvolgente, che ha in se i ritmi di un romanzo criminale.
In esso viene narrato come la ‘ndrangheta calabrese abbia il monopolio nel commercio della droga: non vanno i casalesi, non vanno i siciliani, ma vanno i calabresi ad acquistare le navi cariche di cocaina da immettere nel mercato europeo, utilizzando i porti di Amburgo e di Gioia Tauro, tutto il resto sono solo piccoli episodi in confronto.
A Careri, in Calabria, una donna a cui chiesi perchè vestisse di nero – dice Nuzzi – mi rispose che gli era molto il fratello e quando ho replicato che sua fratello era vico e che stava collaborando con la giustizia mi rispose: “appunto non ho più un fratello”. Nello stesso paese in una classe di una scuola elementare, quando abbiamo chiesto cosa fosse la mafia, i bambini sono rimasti tutti zitti, così come il comandante dei Vigili Urbani a cui un investigatore aveva chiesto il numero civico dove abitava un boss ‘ndranghetista e, per saperlo ha dovuto arrestarlo per favoreggiamento.
Al dr. G. Capaldo chiediamo:
Il titolo di questo libro equipara la ‘ndrangheta ad un male incurabile, ma secondo lei così come accade per la ricerca sul cancro, dal suo punto di vista viene investito abbastanza per sconfiggere questo male?
Quello che è importante non è tanto l’investimento economico, che c’è anche, ma in l’investimento in energie, sinergie e volontà di voler sconfiggere questo male.
Quindi si buon ben sperare?
Si, si assolutamente, si fa tutto il possibile perchè venga sconfitto.
Claudio Antonelli, coautore del libro ed ex carabiniere, chiediamo:

Quanto ha contribuito nell’inchiesta l’essere stato appartenente all’Arma e come ha vissuta questa inchiesta?
Io ho passato quattro anni nell’Arma e sento ancora la divisa, così ho capito che lo stesso metodo investigativo lo potevo applicare nel nuovo lavoro, quello del giornalista. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono messo in discussione, non dico di aver avuto paura, ma sentivo il dovere di portare avanti la denuncia di G. Di Bella. Credo che bisogna mettere passione ed intelligenza nel proprio lavoro per poter intuire, con anni di anticipo l’evoluzione della società.
Gianluigi Nuzzi, alla domanda cosa si evidenzia in questo libro ha risposto:
“Chiaramente si evidenzia quella zona grigia del mondo politico e imprenditoriale che è l’anticamera dell’omertà, come l’anticamera della complicità che spieghiamo nell’ultimo capitolo, insomma per sconfiggere la ‘ndrangheta servono le stesse forze messe in campo per sconfiggere il terrorismo Internazionale, quindi un intelligence e poi uomini e mezzi per sgominare il fenomeno criminale in ogni ambiente in cui si radica”. Poi Nuzzi continua:
“Mi ha colpito molto la storia del ragioniere di Valmadrera – ha aggiunto – a cui venne ‘espropriata’ la sua casa, dopo averlo appeso a testa in giù sulle sponde del lago lombardo, semplicemente perché quella villa piaceva all’amico del boss.”
Dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, considerato attendibile da molti processi, ci viene descritto come la ’ndrangheta avesse le mani sugli affari del Nord. Quindi ci spiega, con dovizia di particolari, come sia stata facilitata la scalata del boss calabrese in Padania. Nel libro si trovano anche quattro delitti irrisolti, i presunti rapporti tra Giulio Andreotti e Brusca, la morte di Gianni Versace e i presunti contatti tra i capi clan e il fratello Santo.
Vale la pena di ricordare che Di Bella, gia’ testimone in diversi processi, come più volte ribadito dai due magistrati relatori e dagli stessi autori del libro inchiesta pagherà in prima persona per le sue dichiarazioni, nelle quali si autodenuncia.

(fonte: IlDemocratico)