DEBITO PUBBLICO

RAPPORTO DEBITO/PIL

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giovedì 28 febbraio 2013

Razzi e Scilipoti: infuriati per la differenza di trattamento !?


De Gregorio:"Soldi dal cavaliere per far saltare Prodi". Il senatore Sergio De Gregorio avrebbe ammesso di aver ricevuto ingenti somme di denaro da Silvio Berlusconi per sabotare il governo Prodi. E' quanto si evince - secondo indiscrezioni - dagli atti trasmessi oggi dalla Procura di Napoli a Camera e Senato nell'inchiesta in cui Berlusconi è indagato per corruzione e finanziamento illecito. 

L'accordo: tre milioni di euro, in tranche da 200-300 mila. "L'accordo si consumò nel 2006...il mio incontro a palazzo Grazioli con Berlusconi servì a sancire che la mia previsione di cassa...era di 3 milioni e che immediatamente partirono le erogazioni". E' quanto ha raccontato ai pm di Napoli il senatore De Gregorio. "Ho ricevuto 2 milioni in contanti da Lavitola a tranche da 200/300mila euro".

Tre milioni per De Gregorio: due in nero. E' quantificata in tre milioni di euro la somma che Berlusconi avrebbe versato al senatore Sergio De Gregorio perché passasse dall'Idv al Pdl: di tale somma un milione sarebbe stato versato all'Associazione "Italiani nel mondo" che fa capo a De Gregorio, mentre altri due milioni in nero sarebbero stati depositati su vari conti del senatore. Si tratterebbe di circostanze ammesse dallo stesso De Gregorio nel corso di recenti interrogatori. La perquisizione nella cassetta di sicurezza di Berlusconi presso un'agenzia del Monte dei Paschi di Siena, sarebbe stata disposta per individuare tracce di tali pagamenti. Tra le fonti di prova sono indicate anche le lettere scritte da parte di Lavitola all'ex premier, rinvenute lo scorso anno in un computer del suo amico Carmelo Pintabona nelle quali l'ex direttore de L'Avanti, fa riferimento, tra l'altro, alla compravendita di senatori sostenendo inoltre di avere consegnato a tale scopo somme a De Gregorio. 

(fonte: Repubblica)

martedì 17 luglio 2012

Taglio degli stipendi ai politici. Il referendum di cui nessuno parla


Alzi la mano chi sapeva che presso i Comuni è possibile firmare per un Referendum abrogativo parziale sulla legge per le indennità parlamentari (Art.2 L.31/10/1965, n.1261). Ben pochi. 

Si tratta di un referendum finalizzato al il taglio degli stipendi della casta politica. La raccolta firme si concluderà il 30 luglio 2012 (termine per la presentazione al Comitato promotore 31/07/2012). Gli stipendi dei nostri parlamentari risultano essere i più alti d’Europa (16mila euro lordi mensili). Per tale motivo il movimento ‘Unione Popolare‘ si è fatto promotore di una raccolta firme per indire il referendum per l’abrogazione parziale della legge per le indennità parlamentari, ossia l’articolo 2 della legge 1261 del 1965 che disciplina le indennità spettanti ai membri del Parlamento; cioè i compensi relativi alla diaria ed alle spese di soggiorno a Roma. E’ stato riportato solo sul sito della Camera e si tratta di un vero e proprio rimborso spese che ammonta a 3.503,11 euro con varie detrazioni a seconda della presenze rilevate con il voto elettronico. E questa è soltanto una delle componenti dello stipendio dei parlamentari che ha già subito un taglio di circa 500 euro lordi a inizio gennaio. 

Qualora questo articolo venisse abrogato si risparmierebbero circa 48mila euro all’anno per ciascun parlamentare. Purtroppo però nessuno ha parlato di questa iniziativa referendaria, nessun giornale, nessuno spazio televisivo. Il problema è che la raccolta firme ha preso il via il 12 maggio e proseguirà solo fino al 27 luglio. Per firmare in sostegno del referendum è necessario recarsi presso gli uffici del proprio Comune e richiedere il modulo su cui apporre la propria firma. 

 Cosa occorre fare? Nulla di più semplice: recarsi presso il proprio Comune ed andare a firmare. Provate però a domandarvi come mai questa notizia non è passata sui giornali. Non è che per caso c’è un forte connubbio tra i finanziamenti elargiti alla carta stampata e la casta politica? 

Meditate gente. 

Ci vogliono 500.000 firme altrimenti avremo perso l’ennesima buona occasione per dare un duro colpo alla casta. Ma attenzione, la notizia è poco nota e quindi bisogna DIFFONDERLA!!!! 

 (fonte: informatissimo.net)

giovedì 3 maggio 2012

La volpe dal cilindro...


Classe 1938, 74 anni, una guerra mondiale sul groppone, è stato Presidente del Consiglio, Ministro dell'Economia, dell'Interno, delle Riforme, delle Riforme Costituzionali, 5 legislature in Parlamento, Cavaliere di Gran Croce, 31 mila e rotti euro di pensione al mese. Nel 2008 disse "sono in politica da 50 anni: mi ritiro". 20 anni fa, quando tentò di salvare il Psi di un certo Bettino Craxi dallo tsunami-Tangentopoli, affermò quanto segue: "Non so quanto realmente costino i partiti. Certo molto più di quello che ricevono come contributo statale". Il Premier Mario Monti lo ha appena nominato "consigliere" per le analisi sul finanziamento dei partiti politici.

Giuliano Amato, propose di depenalizzare il finanziamento illecito ai partiti e sotto la cui guida il debito pubblico salì di 220.357 miliardi.

Infine, regola di buon senso: come può, uno che si intasca 31.000 € /mese da pensionato (dopo una vita di "onorato" lavoro...bla, bla, bla...che un trentenne non riesce neppure a cominciare)  imporre a qualcuno che magari ancora fa finta di lavorare (es: uno dei nostri politici), di percepire anche solo 1 euro meno di lui, senza il rischio di sentirsi criticare in prima persona? Banalmente, "cane non morde cane". E, rimanendo sui canidi, sembra proprio che al tavolo delle volpi, le galline ce le dobbiamo mettere sempre noi.

(fonte: NonLeggerlo, Byoblu, prospettico)

lunedì 26 marzo 2012

La terza mano della Biancofiore

Un manifesto come la dea Kalì: per promuovere il primo congresso Pdl in Alto Adige, la deputata si trasforma in piovra e abbraccia Berlusconi e ben altri due candidati della sua corrente 

 

Sarà forse uno dei tanti miracoli promessi da Silvio Berlusconi agli italiani, sta di fatto che la deputata "pasionaria" Michaela Biancofiore si è trasformata in una specie di piovra per promuovere il primo congresso del Pdl in Alto Adige, previsto il prossimo 14 aprile. Eccola infatti con la bellezza di tre mani, nei manifesti che ha fatto affiggere in queste ore a Bolzano per sostenere la propria corrente. Nel poster in questione, l'ex premier sembra quasi un manichino: la foto non deve essere proprio recente. Biancofiore posa la mano sinistra sulla sua spalla, mentre la mano destra è su uno dei due candidati della sua corrente, Bruno Borin. Il fatto è che le mani sono tre; ne spunta una anche sulla spalla sinistra del secondo candidato, Maurizio Vezzali. "La nostra coordinatrice pare proprio come la dea Kalì che tutto avvolge con le sue molteplici braccia", ha subito ironizzato l'altro coordinatore altoatesino del Pdl – e suo acerrimo rivale – Alberto Sigismondi, sostenuto dai deputati azzurri Giorgio Holzmann e Maurizio Gasparri, con cui Biancofiore ha avuto in passato scontri accesissimi. Il poster "trimane" non è che l'ultimo coupe de thèâtre fotografico della serie. In occasione delle elezioni comunali di due anni fa a Bolzano, la deputata portò ad Arcore il suo candidato a sindaco, l'ex hockeysta Bob Oberrauch: un "armadio" di quasi due metri. Bene, nella foto (a mezzobusto, qui sta il trucco) scattata con l'allora premier, la differenza in altezza tra i due era... alquanto sospetta. Sgabelli o Photoshop a parte, non era stata certo ritoccata la foto che, nel maggio del 2005, fece il giro d'Italia: quel dito medio mostrato da Berlusconi durante un comizio pre-elettorale a Bolzano, a corollario di una storiella delle sue. Questa: «A mia madre ho detto che c'è metà Italia che mi odia, che quando passo per strada mi fa così». E mostra il dito medio. «Mia madre mi ha risposto: e allora? Vuol dire che sei il numero uno, l'unico».

(fonte: Espresso)

mercoledì 28 dicembre 2011

Monica Rizzi, l’assessore psicologo. Anzi no



L’assessore regionale della Lombardia Monica Rizzi probabilmente avrà sorriso leggendo del ministro tedesco Guttenberg, che si è dimesso perché accusato di plagio: avrebbe copiato la tesi con cui ha ottenuto il dottorato di ricerca. Cosa avrà pensato Monica Rizzi? Lei che, secondo la denuncia dell’ordine degli psicologi che ha portato all’apertura di un fascicolo in procura a Milano, per anni ha partecipato a convegni e accettato consulenze in veste di psicanalista? Quando è stata “scoperta” ha cancellato dal suo sito il curriculum medico, sino ad allora costantemente aggiornato. Il problema per Monica Rizzi non è stato valutare se dimettersi o meno ma come poter comunque approdare in consiglio regionale. Così è stato. Diventando assessore allo sport. I meriti? Anche quello di aver seguito, cresciuto, guidato per mano Renzo Bossi alla sua prima campagna elettorale a Brescia.

A smascherare Monica Rizzi, lo scorso maggio, era stato il Fatto Quotidiano. Raccontando che nel curriculum dell’allora candidata alle regionali figurava il titolo di “psicologa e psicoterapeuta infantile”. Specializzata nel recupero dei bambini vittime di abusi. Rizzi dichiarava di aver lavorato “per una decina d’anni nel campo specifico del recupero dei minori abusati”. E risulta che abbia addirittura collaborato con il Tribunale dei minori di Brescia. E qui cominciano i guai. Perché il suo nome, nell’albo regionale dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, non c’è; e non c’è in nessun albo d’Italia. Non è solo un problema formale: perché per dirsi psicologi è necessario avere una laurea, aver fatto un anno di tirocinio, aver superato l’esame di Stato e quindi essere iscritti all’Ordine. Altrimenti, esercitare la professione di psicologo, o anche solo fregiarsi di quel titolo, è un reato penale. Roba da procura della Repubblica. Come dirsi medico senza averne i titoli. E infatti la Procura di Milano, su esposto dell’ordine lombardo, ha aperto un’indagine a carico dell’assessore. Che non sembra preoccuparsene. Non come il ministro tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg.

Il barone bavarese di 39 anni si è dimesso perché accusato di plagio: avrebbe copiato il settanta per cento della tesi con cui ha ottenuto un dottorato di ricerca dall’università di Bayreuth. Lui ha immediatamente rinunciato a usare il titolo di dottore e l’ateneo ha ritirato il PhD che Guttenberg aveva conseguito nel 2007. Due giorni fa, infine, quello che era tra i più apprezzati ministri del gabinetto di Angela Merkel, ha rassegnato le proprie dimissioni. Con queste parole: “È la decisione più dolorosa della mia vita ma è mio dovere fare questo passo. È un diritto dei cittadini, e in particolare dei soldati che rischiano la vita per compiere il proprio compito, avere piena fiducia in chi ha le massime responsabilità politiche. Quando questa fiducia si incrina a un ministro della Difesa non resta che dimettersi”.

Monica Rizzi del resto non è un ministro. E’ “solo” un assessore (dodicimila euro al mese più varie ed eventuali) della Regione Lombardia. Posto conquistato sul campo aiutando il Trota. Il rapporto di “piena fiducia”  con la Lega è stato onorato: Renzo Bossi è stato eletto a Brescia anche grazie al suo aiuto. La laurea in psicologia? Chi ne parla viene querelato. Come l’ex portavoce Marco Marsili. Rimosso dopo aver pubblicato un libro dedicato al caso Ruby, si è scagliato contro l’assessore dicendo che dovrebbe “preoccuparsi dell’indagine della Procura della Repubblica di Brescia circa la sua laurea in psicologia”. Rizzi ha dato mandato al suo legale per querelare Marsili.  L’avvocato Alessandro Diddi sostiene che non ci sono guai in arrivo per Rizzi anche se l’assessore effettivamente non è laureato. “C’è un tale, infatti, il quale, ipotizzando che l’assessore avrebbe qualcosa da temere in relazione alla sua ‘laurea’ in psicologia preannuncia imminenti guai giudiziari nei confronti dell’assessore Rizzi. L’assessore Rizzi – chiarisce il legale – non ha alcuna laurea in psicologia e, dunque, non ha da temere per titoli che non ha mai conseguito e nemmeno mai esibito. Non ha da temere alcuna indagine perché non le consta che la stessa sia esistente e, anche lo fosse, sarebbe pronta in ogni momento a spiegare con serenità qualunque contestazione”. Insomma, in Germania per un presunto plagio un ministro si dimette, in Padania per una laurea finta un assessore querela.

venerdì 23 dicembre 2011

Caso «esami comprati», si dimette il fratello di Angelino Alfano


TRAPANI - Il segretario generale della Camera di Commercio di Trapani, Alessandro Alfano, fratello del segretario del Pdl Angelino, si è dimesso da segretario dell'ente. Ieri gli agenti della sezione reati contro la pubblica amministrazione della squadra mobile di Palermo avevano sequestrato documenti e il fascicolo del concorso da lui vinto nell'ambito dell'inchiesta palermitana su una presunta compravendita di esami nell'ateneo. Nel registro degli indagati ci sono 30 persone. 

LE DIMISSIONI - «Le mie dimissioni sono un atto di rispetto nei confronti di chi indaga - dice Alessandro Alfano - e della Camera di commercio di Trapani affinchè questa vicenda non abbia ripercussioni sull'attività svolta dallo stesso ente. Ho svolto questo incarico con passione e devozione, ma non voglio che questa vicenda si possa prestare a strumentalizzazioni politiche e pertanto ho deciso di dimettermi. Ribadisco di aver regolarmente sostenuto gli esami all'università oggetto di verifica e a tal riguardo sono pronto a dare tutte le spiegazioni necessarie alla magistratura». 

(fonte: Corriere della Sera)

Esami comprati all'Università: trenta indagati. C'è anche il fratello di Alfano


PALERMO - Trenta ex studenti avrebbero conseguito esami all'università senza particolari sacrifici, almeno dal punto di vista delle ore trascorse sui libri a studiare. Lo scotto da pagare era infatti tutto economico: un esame di Economia costava tremila euro, per Scienze Politiche i prezzi scendevano a meno di mille euro. Tra i trenta studenti indagati sul «giro di esami comprati», come riportano alcuni organi di stampa, c'è anche Alessandro Alfano, fratello dell'ex ministro della giustizia Angelino.

ALFANO JR INDAGATO - La Procura di Palermo gli ha infatti notificato un avviso di proroga delle indagini. Alfano jr è indagato per concorso in frode informatica. I suoi legali, gli avvocati Grazia Volo e Nino Caleca, smentiscono ogni coinvolgimento: «Il nostro assistito ha effettuato regolarmente tutti gli esami, lo dimostreremo». Alessandro Alfano si è laureato nel 2009, a 34 anni, in Economia, dall'anno scorso è segretario generale della Camera di Commercio di Trapani. Nel 2006, quando ancora studiava, era già stato nominato segretario generale di Unioncamere Sicilia. I dettagli dell'indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Amelia Luise e Sergio Demontis, restano ancora coperti dal segreto istruttorio.

LA DENUNCIA DEL RETTORE NEL 2010 - Secondo i magistrati alcuni studenti, con l'aiuto di dipendenti infedeli degli uffici amministrativi, avrebbero fatto figurare nel loro libretto universitario esami in realtà mai sostenuti. La vicenda venne alla luce nel settembre del 2010 in seguito a una denuncia del rettore Roberto Lagalla che segnalò il caso di una laureanda scoperta poco prima della discussione della tesi: controlli incrociati evidenziarono infatti che la studentessa non aveva superato alcuni esami. Le indagini si concentrarono soprattutto sulla facoltà di Economia e Commercio. Un'impiegata era stata immediatamente licenziata, altri due sospesi. Adesso sono emersi i nomi di tutti gli indagati compreso quello di Alessandro Alfano. 

(fonte: Corriere della Sera)

lunedì 5 dicembre 2011

Lacrime da coccodrillo


Dunque, i Monti hanno partorito i topolini. Nelle direzioni che, essendo facilmente prevedibili, erano state facilmente previste: da questo blog, in particolare. La signora Fornero si è commossa, all’annuncio della fine dell’adeguamento delle pensioni all’aumento del costo della vita: cioè, a una loro sostanziale diminuzione. Ovviamente, erano lacrime di gioia, visto che le misure di contenimento delle pensioni sono la sua specialità, e che lei è stata chiamata al ministero delle sedicenti Politiche Sociali proprio per farle passare dalla teoria universitaria alla pratica governativa. Il signor Monti, coerentemente, ha sorriso quando è intervenuto al posto del ministro, per permetterle di riaversi dall’emozione. Mentre c’era, ha fatto pure un po’ di populismo ad uso del popolo bue, annunciando di rinunciare allo stipendio da presidente del Consiglio e da ministro dell’Economia. Ma non, ovviamente, al vitalizio preventivo che gli è stato elargito da Napolitano, con la sua nomina a senatore a vita, appunto. L’una e l’altro sarebbero risultati più credibili se, ad esempio, avessero annunciato non un innalzamento dell’età pensionabile di coloro che hanno maturato la pensione lavorando, bensì un abbassamento delle pensioni di coloro che le ricevono in misura superiore a quanto hanno maturato. Ad esempio, i lavoratori autonomi, il cui prelievo è inferiore del 12 per cento a quello dei lavoratori dipendenti (21 per cento, rispetto al 33). Oppure, se avessero annunciato non un gesto simbolico di rinuncia per i ministri a un cumulo di stipendi, che nel caso di Monti sarebbero stati addirittura tre, bensì la proibizione di questo cumulo a tutti i livelli di cariche pubbliche: non solo statali, ma anche, e soprattutto, regionali, provinciali e comunali. Di riforme strutturali serie, nella legge “salva Stato” e “spremi cittadino”, non se ne vedono. In particolare, nessun tentativo di recupero dei 100 miliardi stimati di evasione fiscale: una cifra che ogni anno supera l’insieme di tutte le manovre del corrente annus horribilis. Nessun cenno a una patrimoniale, che colpisca almeno le proprietà di coloro che non denunciano i redditi. Al loro posto, solo specchietti per allodole: ad esempio, il buffetto (o la buffonata) dell’uno e mezzo per cento sul condono per il rientro dei capitali all’estero; o la tassa sulle auto di lusso e le barche, già imposta senza effetto dai governi democristiani decine di anni fa. Ben reali e concreti sono invece il ritorno dell’Ici sulla prima casa, l’aumento delle imposte comunali e l’aumento dell’Iva, da una parte. E le esenzioni alle imprese e gli incentivi allo sviluppo, dall’altra. Non c’è da stupirsi che i sindacati siano contrari, e la Confindustria, il Pdl e gli speculatori della borsa favorevoli. Quanto al Pd, nemmeno coloro che hanno le lacrime facili, come la signora Fornero, riuscirebbero ormai a trovarne per piangere sulla sua ignavia, probabile prodromo della sua scomparsa nel cestino dei rifiuti della storia italica. 

mercoledì 30 novembre 2011

Concita De Gregorio: “Il Pd ha perso di proposito le elezioni regionali del Lazio”

L'ex direttore de l'Unità, ospite all'assemblea nazionale di Tilt a Pisa, ha raccontato i particolari della strategia del Partito democratico. Che volutamente non ha appoggiato il referendum , il NO B. Day, le manifestazioni studentesche e, soprattutto, la candidatura di Emma Bonino a presidente del Lazio. E i Radicali vanno all'attacco


Il Partito democratico ha perso di proposito le elezioni regionali nel Lazio per far vincere la Polverini e, in tal modo, rafforzare Fini. E poi. Il Pd non ha aderito alle campagne degli studenti perché “tanto non votano”, non ha sostenuto il “No B. Day” perché “non è una manifestazione” creata dai democratici e non ha appoggiato il referendum perché “tanto non raggiunge il quorum”. Fino a qualche giorno fa erano solo delle congetture ad appannaggio dei retroscenisti politici, oggi invece sono diventate qualcosa di più. Merito di Concita De Gregorio. L’ex direttrice de L’Unità, infatti, intervenendo sabato scorso all’assemblea nazionale di Tilt a Pisa, ha rivelato alla platea particolari per certi versi imbarazzanti sulla strategia del maggior partito di opposizione che, a sentire la giornalista di la Repubblica, le avrebbe impedito di portare avanti campagne politiche sulle pagine del quotidiano fondato da Gramsci. 

 Particolarmente interessante, in tal senso, ciò che è avvenuto nelle stanze del potere dei democratici dopo la candidatura di Emma Bonino alle elezioni regionali del Lazio. La ricostruzione della questione direttamente dalle parole di Mario Staderini. Il leader dei Radicali, infatti, dopo aver appreso i retroscena rivelati dalla De Gregorio, ha scritto una nota in cui riprende le parole della ex direttrice de l’Unità.

“Durante l’assemblea nazionale di TILT dello scorso 26 novembre – scrive Staderini – Concita De Gregorio ha confermato quanto ci era parso subito oggettivo ed evidente: il Partito Democratico ha voluto far perdere Emma Bonino alle Regionali del Lazio”. A questo punto, l’esponente radicale ha ripreso la ricostruzione della giornalista, che ha detto testualmente: “Quando Emma Bonino si autocandidò a Roma per assenza di candidati del centrosinistra, aveva tutte le possibilità di vincere, lo dicevano i sondaggi e le esperienze di vita. Siccome il Pd non sembrava di voler sostenere la candidatura di Bonino, sono andata da un altissimissimo dirigente nella sede del Pd e ho chiesto: ‘Siccome esiste un candidato del centrosinistra ed uno del centrodestra, io vorrei sapere se per caso voi avete deciso di non sostenere questa candidatura. Siccome mi sembra che sia cosi, diciamocelo, è ipocrita e inutile che l’Unità faccia la campagna quando nei circoli del Pd arrivano indicazioni di non fare volantinaggio’”.

La risposta dell’altissimissimo dirigente del Pd? Concita De Gregorio non ha usato giri di parole: “Mi ha risposto così – ha detto – : ‘A noi questa volta nel Lazio ci conviene perdere. Perché, siccome la Polverini è la candidata di Fini e siccome è l’unica sua candidata della tornata, se vince, Fini si rafforza all’interno della sua posizione critica del centrodestra e, finalmente, si decide a mollare Berlusconi e a fare il terzo polo, insieme a Casini. E noi avremmo le mani libere per allearci con Fini e Casini e andare al governo. Senza ovviamente che gli elettori ci mollino, senza perdere troppo consenso. Perché non saremo noi a condurre questa operazione, noi perdendo oggi daremo solo il via, il resto lo farà la crisi economica”.

Alla luce della rivelazione, Mario Staderini è passato all’attacco: “Questa rivelazione avrebbe del clamoroso se non fosse che avevamo denunciato tutto a tempo debito – ha commentato il leader dei Radicali -. Bastava infatti guardare il budget della campagna elettorale del centrosinistra, che nel caso della Bonino era un quarto di quanto speso per Marrazzo. A questo punto – ha chiesto Staderini – , al di là del dirigente citato dalla De Gregorio e che dall’audio sembrerebbe essere individuato in Fioroni, credo che Pier Luigi Bersani debba dire la verità e chiedere scusa agli elettori che sostennero la candidatura di Emma Bonino”. 

martedì 22 novembre 2011

Priorità assoluta

Domani. 11.30. Ufficio di Presidenza della Camera. Esame delle proposte di Lega e Pdl. Tema: crescita? occuppazione? riduzione del debito? istruzione? Macché. Si discuterà di come vietare l'accesso in Parlamento a Zoom ed Obiettivi troppo sensibili. Girano già dei testi scritti. I Fotoreporter hanno stufato. D'ora in poi, massimo una mezz'oretta per le foto di rito, e avanti con le macchinette usa e getta. Diamine, ma vi rendete conto? In Camera e Senato non si può più nemmeno mandare un pizzino al Presidente del Consiglio, o farsi una partita a briscola su iPad, o cercarsi le prostitute per la serata. Un po' di privacy, grazie!, nel luogo sacro della democrazia.

(fonte: Non Leggerlo)

mercoledì 9 novembre 2011

Pu-Pazzi


Siamo al delirio incontrollato, un gruppo di mediocri burocrati inadatti persino in tempo di pace, figuriamoci in tempo di guerra, sta cercando di capire con quale arma ucciderci, ci stanno insaponando la corda con la cura di un impresario di pompe funebri che prepara la salma per i parenti. Tanto non servirà per loro.

Ancora non si parla di maxi-emendamento, dopo due manovre consecutive nel giro di poche settimane, che già e necessaria la terza manovra, in quanto, la gestione demenziale di questo stallo, ugualmente colpevole, da una parte e dall'altra, ci costa parecchi milioni di euro al giorno, che vengono sottratti allo stesso salvadanaio che serve per pagarci le cure ospedaliere e i contributi ai veri invalidi, per pagare i mille euro al mese ad un lavoratore con famiglia a carico, la cassa integrazione o il contributo di disoccupazione a chi vorrebbe lavorare, ma non può.

Ogni giorno che trascorriamo immersi nell'acido di questo pantano surreale, veniamo corrosi un po' alla volta, i pirana ci staccano pezzetti di carne con calma, non con la nota frenesia, perchè questo gruppo di inetti, sbarcati da Urano, non sa assolutamente dove mettere mano, e continua a giocare le fiches dei cittadini sul rosso di una roulette che ha solo numeri neri.

In un paese normale, probabilmente, qualcuno di questi saltapicchi dovrebbe presentarsi nudo davanti al palazzo e darsi fuoco, gridando SCUSATEMI, e non continuare a reggersi reciprocamente il moccolo.

Presidente, anche Lei, che è una rispettabilissima persona, si scomponga un po' di più, trasmetta ai cittadini che si fidano ancora di Lei la reale gravità del momento. Quando queste indegne comparse si saranno rifugiate in qualche residenza tropicale, e Lei si ritroverà la folla sotto la finestra a implorare pane per i propri figli, non tutti si ricorderanno del Suo aplomb anglosassone e della Sua correttezza istituzionale.

(fonte: prospettico)

martedì 8 novembre 2011

Crosetto, disastro in quattro giorni



“Ma lei scherza? Ma le pare. Di quale telefonata dice? Mah, non so di che parla, non userei mai quei toni. Dov’è l’audio? Sulla vostra homepage? Guardi, me la vado subito a sentire, che sono curioso. Arrivederci, e grazie di avermi chiamato, eh”.
Così mi ha testualmente detto Guido Crosetto, in data di ieri, alle ore 17.25.
Due ore dopo, in Senato, lo stesso Crosetto ammetterà di essere stato proprio lui a dire a Bechis che “il testa di cazzo Berlusconi non vuole dimettersi” (audio).
Insomma, dopo l’elegante elezeviro rivolto alla collega Antonella Rampino della Stampa (“A lei non la spoglierebbe nessuno” – video), il sottosegretario Pdl ha infilato la seconda perla nel giro di quattro giorni. Percorso netto, e mannaggia a questi giornalisti che in mezzo a tanta crisi perdono tempo dietro a facezie del genere. 
A pensarci bene, però, l’onorevole Crosetto ha una parte di ragione. In un Paese minimamente normale, uno come lui non lo chiamerebbe proprio nessuno.

(fonte: Marco Bracconi)

domenica 5 giugno 2011

All'Italia mazzette sull'atomo



L'allerta diventa massima nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che stavolta il suo esecutivo "rilancia sul serio il settore. Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi". Con una minaccia: "Vediamo già un'azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo". I colloqui con il consigliere diplomatico del ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, "suggeriscono che i francesi e i russi stanno già manovrando e facendo lobbying per i contratti". Ed ecco la previsione: "La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti". L'avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama. "Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance".

Pochi mesi dopo i francesi danno scacco: Sarkozy e il Cavaliere firmano l'accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia. Siamo a febbraio 2009, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto. E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali. A maggio arriva a Roma il Mister Energia di Obama, Steven Chu.

L'ambasciata lo mette in guardia: "L'intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti ("corruption payment") a funzionari del governo italiano, ha aperto la strada all'accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L'intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell'Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell'Italia al nucleare".

Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle. E chiedono al ministro per l'Energia: "Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà ingiustamente negata l'opportunità di partecipare a questo programma multimiliardario". L'ambasciata è molto decisa nel delineare un contesto di scorrettezza. Il promemoria scritto da Elizabeth Dibble, all'epoca reggente della sede di Roma oggi diventata consigliera di Hillary Clinton, insiste: "E' anche molto importante che ricordi al governo italiano che ci aspettiamo pari opportunità per le nostre aziende, visto quello che abbiamo notato fino a oggi nel processo di selezione".

RUSSIA? NO GRAZIE.
Alla fine del 2008 gli Usa ritengono che Berlusconi stia per annunciare un accordo per il nucleare anche con Mosca. Ma uno degli uomini chiave del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, rassicura gli americani e "ridendo" spiega la reale natura della collaborazione atomica con i russi: "E' una barzelletta, solo pubbliche relazioni". L'ambasciata scrive che l'alto funzionario "probabilmente ha ragione: gli italiani nel 1987 hanno chiuso il loro programma in risposta a Chernobyl...". Ma non si fidano completamente "visti gli stretti rapporti tra Berlusconi e Putin". E temono che comunque la coalizione tra Eni e Gazprom per il gas, che alimenta anche le centrali elettriche, si trasformerà in un muro per ostacolare il nucleare. "Si dice che l'Eni stia facendo una dura azione di lobbying contro la riapertura della partita da parte di Enel", registra nel 2005 l'ambasciatore Sembler, "perché ridurrebbe sia il mercato di Eni che la sua influenza politica". Anche se le resistenze più forti verranno dal nimby, l'opposizione delle comunità locali ai nuovi reattori. "L'Italia è una penisola lunga e stretta, con una spina dorsale di catene montuose e con coste densamente popolate. Il numero dei siti dove costruire impianti è limitato... Se continua a decentralizzare i poteri alle regioni attraverso le riforme costituzionali - sostengono i nostri contatti - un revival nucleare sarà veramente improbabile". Forse per questo, in tempi più recenti, l'ambasciata "programma" di contattare anche il leghista Andrea Gibelli, che presiede la commissione Attività produttive della Camera.

(fonte: L'Espresso)

venerdì 3 giugno 2011

'Diaz' il film che nessuno vuole. La denuncia del regista Daniele Vicari.



Sono scappati tutti: Rai, Mediaset, distributori, banche, istituzioni, privati. La pellicola della Fandango sul massacro del G8 è oggetto di un incredibile boicottaggio. E la produzione si è rifugiata a Bucarest.

(03 giugno 2011)
Roma, quartiere Portonaccio. Sono in uno studio cinematografico per preparare "Diaz" e non avendo uno spazio per le prove con gli attori mi rivolgo al centro sociale Zona Rischio a pochi metri di distanza. Risposta: "Leggiamo in un comunicato del Comitato verità e giustizia che Fandango per produrre il film collabora con la Polizia, non siamo disponibili".

Resto senza fiato. Chiedo un colloquio con gli occupanti, vorrei capire fino in fondo. Accettano. A Cannes Domenico Procacci ha annunciato il via alle riprese, e ha aggiunto di non voler fare il film pregiudizialmente contro la Polizia, ma di aver chiesto un incontro con il prefetto Manganelli. Il Comitato verità e giustizia, con un automatismo stupefacente, ha emesso un comunicato durissimo accusandolo di aver fatto "analizzare" la sceneggiatura a Manganelli ma non a loro. I ragazzi del centro sociale sono ospitali e mi fanno molte domande. Non ho mai voluto parlare in pubblico del film perché sono troppo coinvolto, è un film difficile, e non voglio inutili discussioni. Ho incontrato tante persone travolte dalla vicenda, fortemente segnate. Il primo colloquio con Lorenzo Guadagnucci, uno dei firmatari del comunicato, mi ha convinto ad approfondire la ricerca. Lorenzo è una figura pubblica, ha scritto libri e articoli sulla Diaz.

Avevo bisogno di parlare con chi ha taciuto. Così ho incontrato decine di persone presenti nella scuola,
i loro avvocati, magistrati, giornalisti e anche poliziotti, seguendo uno schema di lavoro personale che ha portato me e Laura Paolucci a scrivere un film complesso. Perché non ho incontrato ufficialmente il Comitato? Perché ho preferito parlare con le persone singolarmente, anche quelle meno considerate: i tedeschi e i francesi, per esempio. Questo è il mio lavoro e serve per fare un film non un processo contro o a favore di qualcuno. Ma cosa racconterò? Non vicende private, farò un film corale con 140 personaggi ispirati alla realtà ma con nomi di fantasia.

Perché Procacci parla con la Polizia? Perché è un produttore, e chiunque in Italia (in Europa) faccia film raccontando Polizie o Forze Armate, per avere mezzi, divise o solo autorizzazioni deve farlo. Comunque fino ad oggi non c'è stata risposta: nessun incontro con Manganelli, nessuna collaborazione di alcun tipo e ormai è tardi, ci siamo organizzati. Procacci inoltre è un uomo libero e può permettersi di parlare con chi vuole, lasciando la sua libertà immutata. E anch'io, fino a prova contraria. Il problema è che "Diaz" è un film che in Italia nessuno vuole: nessun distributore, nessuna televisione, nessun finanziatore, nemmeno le banche e, ironia della sorte, ora anche il Comitato di verità e giustizia non è sicuro di volerlo. La cosa mi intristisce, ma credo faccia parte del prezzo che nel nostro Paese si paga sempre per la propria indipendenza di giudizio. L'entusiasmo e l'ammirazione che il progetto suscita fuori dall'Italia mi conforta non poco.

I ragazzi di Zona Rischio sono impegnati nelle lotte per l'acqua pubblica, alcuni fanno teatro e sono stati a Genova nel 2001 e su quel G8 hanno messo in scena spettacoli. I loro testi li condividono con il movimento? No! Mi chiedono se ho ancora bisogno dello spazio. Peccato, non più. Ci lasciamo con la voglia di tornarci su ma uno di loro mi fa una domanda: "Che si può fare per eliminare certe distorsioni? Per uscire dalle secche di certe discussioni intestine?". La domanda apre un baratro nella mia coscienza, non riguarda solo i centri sociali, riguarda l'intero Paese. L'unica cosa seria che mi viene è questa: essere spietati anche con noi stessi, non solo con gli altri. E poi mettersi in gioco davvero.

Ma io sono un regista, e il mio compito è fare un buon film, evitando l'impasse in cui si può cadere quando si affrontano temi controversi: mediando per motivi produttivi con tutte le parrocchie, si finisce per non convincere nessuno, men che meno gli spettatori. Non è facile essere all'altezza del compito, ma vorrei almeno provarci.

(fonte: Espresso)

mercoledì 25 maggio 2011

Giornalisti schiena dritta: Elisa Anzaldo


La giornalista ha chiesto di essere sollevata dalla conduzione dell'edizione della notte. "Non intendo mettere la mia faccia in un giornale che fa campagna politica"

ROMA – Il nuovo caso nel Tg1 scoppia in serata. Manca poco all´ora di cena quando sulla bacheca del tiggì condotto da Augusto Minzolini compare una lettera. È firmata da Elisa Anzaldo, storico volto della cronaca e attuale conduttrice dell´edizione della notte. Chiede al direttore di essere sollevata dalla conduzione perché non può più «mettere la faccia» in un giornale che nasconde le notizie in favore di una parte politica. Quella del premier Silvio Berlusconi. E giù con l´elenco delle news censurate per far piacere al Cavaliere. Non solo l´oscuramento del Rubygate, ma anche l´aver ignorato lo scandalo dei manifesti sui pm brigatisti, la proposta di un deputato del Pdl di cambiare l´articolo primo della Costituzione o il nuovo caos rifiuti a Napoli (trattato solo quando l´esecutivo ha mandato l´esercito). Tutte notizie scomode per il governo che – denuncia la giornalista – non sono state raccontate, o sono state raccontate solo in parte, al pubblico del telegiornale dell´ammiraglia Rai.

La richiesta della Anzaldo, noto mezzobusto dell´uno, era già arrivata a Minzolini lo scorso 19 aprile. Allora il direttore non aveva accontentato la conduttrice. L´aveva ricevuta e le aveva spiegato perché un lungo elenco di notizie delle quali aveva denunciato l´oscuramento lui non le considerasse tali, ovvero notizie. Ma dopo tre settimane, l´11 maggio, la conduttrice ha ripreso carta e penna e ha ribadito il concetto già espresso in precedenza: «Non posso più rappresentare un telegiornale che ogni giorno rischia di violare i più elementari doveri dell´informazione pubblica come equilibrio, correttezza, imparzialità e completezza dell´informazione». E ancora, «per motivi professionali e deontologici non ritengo più possibile mettere la faccia in un tg che fa una campagna di informazione contro». Ovvero contro una parte politica, l´opposizione, e a favore di un´altra, la maggioranza. Quindi ringrazia il direttore «per avermi spiegato il perché non consideri notizia quelle che io invece ritengo tali e come me molti mezzi di informazione». Clamoroso il caso-Lassini, che per giorni ha dominato le prime pagine dei quotidiani e lo spazio di molti altri tg. O la polemiche sulle spiagge in concessione per 90 anni, provvedimento sul quale il governo ha dovuto fare retromarcia. Tutti motivi per cui la Anzaldo chiede di non andare più in video a condurre, compito che per un telegiornalista equivale a firmare l´intero prodotto.

La Anzaldo ha deciso di rendere pubblica la richiesta di lasciare l´incarico dopo l´intervista monologo rilasciata al Tg1 venerdì scorso da Berlusconi e costata più 250mila euro di multa alla rete. Proprio dopo questo episodio sulla bacheca del telegiornale erano comparsi numerosi post-it di giornalisti scontenti per l´operato del direttore ma poi il Comitato di redazione si è spaccato: Attilio Romita non ha firmato la richiesta di concedere pari tempo a tutte le forze politiche e di garantire il pluralismo. Insomma il rispetto delle regole imposte dalla par condicio in campagna elettorale. Ad ogni modo oggi il Comitato di redazione oggi riceverà la Anzaldo e poi discuterà il suo caso con il “direttorissimo” Minzolini.

(fonte: Kataweb)

Maurizio Crozza. Copertina Ballarò del 24 maggio 2011

Senza parole...

giovedì 19 maggio 2011

Secondo tempo, l'ora delle rimonte impossibili


Da Alemanno su Rutelli a Guazzaloca nella "rossa" Bologna

FABIO MARTINI

ROMA
Quella notte, nella sua villa dell’Eur, Francesco Rutelli si addormentò con un filo d’ansia nel cuore. Era lunedì 13 aprile del 2008 e al primo turno il candidato sindaco del centrosinistra a Roma aveva ottenuto il 45,8% dei voti, contro il 40,7% di Gianni Alemanno, un vantaggio sostanzioso in vista del secondo turno. Ma Rutelli confidò la sua inquietudine: «Guai sedersi sugli allori, ripartiamo ventre a terra». Pubblicamente, per rassicurare i suoi elettori, l’ex sindaco ri-candidato disse: «Abbiamo 84.000 voti in più, una città di vantaggio o, se volete, lo stadio Olimpico, quando i posti non erano numerati...». Due settimane più tardi, lo stadio si svuotò e ad Alemanno riuscì un sorpasso da primato: eletto al secondo turno con 106.000 voti in più dello sfidante. Non è l’unica “rimonta impossibile” nella storia dei doppi turni, un francesismo in vigore in Italia dal 1993 nei Comuni e dal 1995 nelle Province. Certo, quasi sempre chi vince al primo turno, bissa il primato anche al secondo, ma quando si determinano condizioni particolari si possono produrre spettacolari sorpassi.

Difficile prevedere se anche Letizia Moratti possa replicare questi exploit, ma certo esistono precedenti con divari ancora più cospicui di quello che dovrebbe colmare il sindaco di Milano. Il 23 aprile del 1995 a Roma si vota per eleggere il nuovo presidente della Provincia e il candidato della destra, il rautiano Silvano Moffa (oggi uno dei capi dei Responsabili) incassa un corposo 48%, con un vantaggio di ben 11 punti sul rivale, il ds Giorgio Fregosi, fermo al 37,6%. Vittoria in tasca e invece, due settimane più tardi, il cinquantasettenne Fregosi (un cursus honorum da assessore provinciale, quasi sconosciuto al “grande pubblico”), riesce a sorpassare Moffa, uno dei più noti dirigenti missini romani, con uno scarto di 43.000 voti. Che era successo? Come tutti i miracoli umani, anche quello di Fregosi, aveva una spiegazione razionale: «Oltre alla convergenza di Rifondazione, lo scatto che portò alla clamorosa rimonta ricorda Roberto Morassut, oggi deputato pd, allora tra i leader del Pds romano - si determinò nelle stesse ore della prima sconfitta: quello stesso giorno, Piero Badaloni era stato eletto presidente della Regione e quella vittoria inattesa galvanizzò l’elettorato e trascinò il sorpasso di Fregosi. Paradossalmente uno stato d’animo di segno opposto, soltanto tre anni più tardi ribaltò tutto». Per una sorta di nemesi, nel 1998 fu un sentimento opposto - la depressione dell’elettorato progressista - ad aiutare la rivincita di Moffa. Al primo turno la pidiessina Pasqualina Napoletano era andata in testa col 48,6%, ma al secondo lo scombussolamento dell’elettorato per la caduta del governo Prodi, vittima della famosa “congiura”, tenne lontani molti elettori di sinistra e Moffa prevalse 50,9% contro il 49,1%. Ma tra tutte le rimonte, una portò ad un evento storico ed è quella firmata da Giorgio Guazzaloca a Bologna. Il 13 giugno, nella roccaforte rossa, per 50 anni la vetrina del comunismo democratico, al primo turno l’ex macellaio arrivò secondo, con un sorprendente 41,5% ma pur sempre con cinque punti in meno di Silvia Bartolini, la “rossa”, che sembrava destinata a diventare l’ennesimo sindaco di sinistra in una città che in tutto il dopoguerra, da Dozza in poi, aveva avuto soltanto leadership comuniste. Personaggio di forte personalità, capace di gesti coraggiosi (senza farlo sapere in giro, Guazzaloca fece nascondere in uno scantinato i manifesti di sostegno fatti stampare da Berlusconi), al secondo turno l’ex macellaio guadagnò nove punti percentuali e vinse col 50,7%.

Sono diventati proverbiali invece i due sorpassi a Torino di Valentino Castellani, il professore del Politecnico che nel 1993 affrontò in un singolare ballottaggio, tutto di sinistra, un personaggio carismatico della sinistra torinese, Diego Novelli. E se in quel duello a Castellani giovò essere il più moderato, quattro anni più tardi, il sorpasso su Raffaele Costa gli valse il soprannome dell’Avvocato Agnelli: «Il cavallo che rimonta». E quanto al più recente dei sorpassi, quello di Alemanno su Rutelli - oltre agli handicap legati al ritorno in campo di un ex sindaco che nel frattempo aveva cambiato identità politica - anche in quella occasione fu un evento emotivo a rimescolare le carte del primo turno: la violenta aggressione di una studentessa africana, uno stupro che seguiva quello di alcuni mesi prima (e finito con la morte della vittima) ai danni di Giovanna Reggiani. Un clima che aiutò il rush finale del candidato della destra romana.

(fonte: La Stampa)

NON ESISTONO RIMONTE IMPOSSIBILI


Non esistono rimonte impossibili di GIAN ANTONIO STELLA 

Prudenza: ricordate Yatabaré...», «p dovrebbe essere il monito di Giuliano Pisapia ai suoi elettori. «Forza! Ricordate Yatabaré!», dovrebbe essere l`incitamento di Letizia Moratti ai suoi.
Perché quel nome, da solo, dovrebbe ricordare che una partita, fino all`ultimo istante, non è mai vinta e non è mai, persa. 
Era il gennaio dell`anno scorso e a ii minuti dalla fine l`Angola stava stracciando il Mali nella partita inaugurale della coppa d`Africa 4-0. Poi, convinti d`avere la partita in cassaforte, gli angolani cominciarono a far festa. E la festa gliela fecero gli avversari: quattro gol in un quarto d`ora, recupero compreso.
Col cesello finale, appunto, di Sambou Yatabaré. La storia dello sport è piena di vittorie buttate via per eccesso di sicurezza, baldanza, euforia.
Basti pensare a quanto accadde il 18 luglio 1930 a Parigi, alla finale Interzone di Davis, tra Stati Uniti e Italia. Giorgio De Stefani liquidò liscio liscio l`americano Wilmer Allison nei primi due set e pensò che fosse fatta. Un rilassamento fatale.
Arrivò a sprecare, uno dopo l`altro fino a farsi prendere dall`angoscia, 17 match-points: diciassette! Non è mai finita, se davanti hai qualcuno che non vuole perdere. Lo scoprirono i cestisti della nazionale jugoslava che persero ai mondiali di Madrid nel 1986 dopo essersi trovati avanti di 9 punti sullo squadrone sovietico a 45 secondi dalla fine. Lo accertò il francese Jacques Marinelli che al Tour de France del `49 si ritrovò a Saint-Malo con 36 minuti e 55 secondi di vantaggio su Fausto Coppi in crisi nera e alla fine lo vide trionfare, dopo una impressionante rimonta nelle tappe di montagna, con quasi 11 minuti su Gino Bartali. Il quale, l`anno prima, aveva compiuto la stessa impresa: staccato di 21 minuti e mezzo da Louison Bobet a 9 tappe dalla fine, Ginettaccio aveva ribaltato la classifica demolendo il rivale con tre attacchi micidiali che lo avevano portato a trionfare sugli Champs Elisées mandando in delirio l`Italia sconvolta dall`attentato a Palmiro Togliatti.
Ma soprattutto lo sanno i tifosi di calcio italiani. Che hanno visto scudetti già vinti buttati via dall`Inter in quel famoso 5 maggio della batosta all`Olimpico con la Lazio.
Dalla Juventus, impantanatasi nell`ultima partita sotto un diluvio a Perugia dopo avere sprecato nove punti di vantaggio (e allora le vittorie di punti ne valevano due e non tre) a otto giornate dalla fine. Dal Milan, scavalcato all`ultimo istante dalla Juventus (indimenticabile Sandro Ciotti dalle radioline: «Cuccureddu! Cuccureddu! Ed è.goal!!») nella «fatal Verona».
E come dimenticare la finale di Champions League buttata dal Milan contro il Liverpool, seppellito sotto tre gol nel primo tempo ma capace di risvegliarsi nella ripresa approfittando proprio del senso di appagamento da pratica archiviata dei rossoneri? Mai vinta, mai persa. Vale anche in politica. Fino all`ultimo voto. Vogliamo rileggere quello che disse Francesco Rutelli dopo avere conquistato la posizione di testa per il ballottaggio alle comunali di Roma nel 2008? Letti i risultati definitivi, che davano lui al45,8%o con 5 punti abbondanti e quasi centomila voti di vantaggio su Gianni Alemanno, già pregustava la possibilità di regalare al Partito democratico e alla sinistra, travolti dall`onda pidiellina e leghista alle politiche, una rivincita:
«Andiamo a queste elezioni con un vantaggio importante, determinante.
E io ho fiducia che questo ci permetta di vincere le elezioni».
Quindici giorni più tardi, doccia gelata.
Il vantaggio non era «determinante» proprio per niente. Rutelli andò avanti di mezzo punto salendo al 46,3 e Alemanno rovesciò i risultati del «primo tempo» andando avanti di 13 e vincendo col 53,7.
Il giorno dopo l`Unità titolava: «Roma alla destra, una grave sconfitta.
Alemanno batte nettamente Rutelli, festa in Campidoglio a base di saluti e slogan fascisti». Dieci anni prima, a Roma, era successa la stessa cosa. Questa volta alle provinciali:
Pasqualina Napoletano aveva contro Silvano Moffa, allora fedelissimo di Gianfranco Fini, al cui fianco sarebbe poi rimasto fino allo strappo sulla sfiducia a Berlusconi del 14 dicembre scorso. Vantaggio netto della candidata ulivista al primo turno,-rovesciamento al secondo.
Sono tanti i precedenti di declini dovuti a un eccesso di euforia indotta da sondaggi esagerati e travolti da spettacolari rimonte. Si pensi alle politiche del 20o6 quando, reduce da cinque anni di governo, di polemiche intestine alla Casa delle Libertà e da sconfitte a catena, il Cavaliere pareva spacciato. Al punto che chi suggerì all`Unione di presentare anche delle liste civiche per rafforzare la coalizione in senso moderato, come l`allora governatore del Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy, venne trattato dai proconsoli della sinistra, certi di avere già la vittoria in tasca, con toni di sufficienza:
«E che ce ne facciamo?». Come finì, si sa Con una travolgente rimonta berlusconiana conclusa con una notte di interminabili dirette televisive e conteggi sezione per sezione: «Pare in vantaggio la sinistra...
Pare in vantaggio la de-stra...».
Fino al sostanziale pareggio al Senato e alla conseguente apertura, per l`obeso governo Prodi, di due anni di caos e polemiche paralizzanti.
Morale? Mai cantar vittoria troppo presto: l`euforia può fare danni devastanti. E mai dare per persa una battaglia: i conti, dice la cronaca, si fanno solo alla fine. Non solo in Italia. Valgano per tutti due casi un po` più grossi delle nostre faccende ambrosiane. Il primo è quello di Winston Churchill. Vinta la guerra contro Hitler e il nazismo, pareva il padrone assoluto della politica inglese tanto che nessuno avrebbe scommesso un penny sul suo avversario, Clement Attlee: vinse Attlee. Il secondo, leggendario, è quello di Thomas E. Dewey. Come scrive nel libro «I signori della Casa Bianca» Mauro della Porta Raffo, «i sondaggi lo indicavano come il netto favorito, ma Harry Truman per nulla intenzionato a lasciare White House - non si arrese e gli contese ogni singolo voto fino all`ultimo.
La notte dello scrutinio fu una delle più drammatiche della storia politica americana. Tutti (democratici compresi) si aspettavano una vera e propria valanga di suffragi a favore di Dewey e i primi risultati sembrarono largamente confermare le previsioni tanto che i giornali di New York, ignari degli esiti del voto negli Stati dell`Ovest e dovendo comunque «chiudere», nelle prime edizioni del giorno successivo uscirono con il titolo a nove colonne «Dewey batte Truman». A mezzanotte Dewey era il presidente, due ore dopo uno sconfitto.
La lezione di Alemanno (e Bartali):
non esistono rimonte impossibili In politica, come nello sport, prevale chi sa (orrore fino all`ultimo L'elezione scorsa e Francesco Rutelli (sopra), candidato sindaco di centrosinistra a Roma, vince il primo turno con il 45,8% e circa 100 mila voti più di Gianni Alemanno (a fianco), che poi rimonta e lo batte 0:
x i- 2 Louison Bobet (sopra), a 9 tappe dalla fine del Tour, ha oltre 21 minuti di vantaggio su Gino Bartali, che ribalta la classifica con tre attacchi e trionfa sugli Champs Elisées (a fianco) L a..., èper In ___ .. é a 3 Thomas E. Dewey (sopra, a destra), nel `48, è il favorito nella corsa alla Casa Bianca contro Harry Truman (a fianco), che cerca il secondo mandato, lotta fino all`ultimo voto e vince.

(fonte: Corriere della Sera e Rassegna Governo)