DEBITO PUBBLICO

RAPPORTO DEBITO/PIL

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mercoledì 16 gennaio 2013

Perché le elezioni sono diventate casa Vianello


damilano


Dopo che l’altro giorno aveva pulito la sedia di Travaglio, oggi Berlusconi ha preso giocosamente a cartellate Marco Damilano e ha finto di ammanettarsi davanti a Ingroia.

Straordinarie photo opportunity – o video opportunity, è lo stesso – che il Cavaliere si crea da solo per buttarla in caciara, arte di cui è maestro planetario.

Ha perfettamente ragione, dal suo punto di vista: se si discutesse di come ha governato, di quelli di cui si è circondato, delle promesse che ha disatteso e di come ha lasciato l’Italia, beh, avrebbe già perso.

Di qui l’estrema corporizzazione mediatica della campagna elettorale, di qui i siparietti che penetrano nelle case e nelle menti molto più dei numeri sul Pil o delle parole sul programma.

Siamo arrivati insomma a una nuova fase: quella della propaganda politica basata tutta sulla comicità, sul divertimento, sulle gag stile casa Vianello. Un sistema efficace e fabulatorio per far dimenticare la crisi e per risultare simpatici.

Occhio, non è più politica mediatizzata, a questo punto: è mediatico puro – e la politica è stata messa alla porta.

E’ anzi un’interpretazione perfetta dello spirito dell’antipolitica: nel senso che la politica – cosa mediaticamente ‘brutta e noiosa, fatta di dichiarazioni ipocrite, privilegi e ruberie’ – è stata definitivamente sostituita dagli sketch, cosa invece – come noto – divertente e gradevole.

Quanti italiani poi accetteranno di dimenticare la realtà e applaudire a fine spettacolo è cosa che sapremo solo fra un mese.

mercoledì 25 maggio 2011

Giornalisti schiena dritta: Elisa Anzaldo


La giornalista ha chiesto di essere sollevata dalla conduzione dell'edizione della notte. "Non intendo mettere la mia faccia in un giornale che fa campagna politica"

ROMA – Il nuovo caso nel Tg1 scoppia in serata. Manca poco all´ora di cena quando sulla bacheca del tiggì condotto da Augusto Minzolini compare una lettera. È firmata da Elisa Anzaldo, storico volto della cronaca e attuale conduttrice dell´edizione della notte. Chiede al direttore di essere sollevata dalla conduzione perché non può più «mettere la faccia» in un giornale che nasconde le notizie in favore di una parte politica. Quella del premier Silvio Berlusconi. E giù con l´elenco delle news censurate per far piacere al Cavaliere. Non solo l´oscuramento del Rubygate, ma anche l´aver ignorato lo scandalo dei manifesti sui pm brigatisti, la proposta di un deputato del Pdl di cambiare l´articolo primo della Costituzione o il nuovo caos rifiuti a Napoli (trattato solo quando l´esecutivo ha mandato l´esercito). Tutte notizie scomode per il governo che – denuncia la giornalista – non sono state raccontate, o sono state raccontate solo in parte, al pubblico del telegiornale dell´ammiraglia Rai.

La richiesta della Anzaldo, noto mezzobusto dell´uno, era già arrivata a Minzolini lo scorso 19 aprile. Allora il direttore non aveva accontentato la conduttrice. L´aveva ricevuta e le aveva spiegato perché un lungo elenco di notizie delle quali aveva denunciato l´oscuramento lui non le considerasse tali, ovvero notizie. Ma dopo tre settimane, l´11 maggio, la conduttrice ha ripreso carta e penna e ha ribadito il concetto già espresso in precedenza: «Non posso più rappresentare un telegiornale che ogni giorno rischia di violare i più elementari doveri dell´informazione pubblica come equilibrio, correttezza, imparzialità e completezza dell´informazione». E ancora, «per motivi professionali e deontologici non ritengo più possibile mettere la faccia in un tg che fa una campagna di informazione contro». Ovvero contro una parte politica, l´opposizione, e a favore di un´altra, la maggioranza. Quindi ringrazia il direttore «per avermi spiegato il perché non consideri notizia quelle che io invece ritengo tali e come me molti mezzi di informazione». Clamoroso il caso-Lassini, che per giorni ha dominato le prime pagine dei quotidiani e lo spazio di molti altri tg. O la polemiche sulle spiagge in concessione per 90 anni, provvedimento sul quale il governo ha dovuto fare retromarcia. Tutti motivi per cui la Anzaldo chiede di non andare più in video a condurre, compito che per un telegiornalista equivale a firmare l´intero prodotto.

La Anzaldo ha deciso di rendere pubblica la richiesta di lasciare l´incarico dopo l´intervista monologo rilasciata al Tg1 venerdì scorso da Berlusconi e costata più 250mila euro di multa alla rete. Proprio dopo questo episodio sulla bacheca del telegiornale erano comparsi numerosi post-it di giornalisti scontenti per l´operato del direttore ma poi il Comitato di redazione si è spaccato: Attilio Romita non ha firmato la richiesta di concedere pari tempo a tutte le forze politiche e di garantire il pluralismo. Insomma il rispetto delle regole imposte dalla par condicio in campagna elettorale. Ad ogni modo oggi il Comitato di redazione oggi riceverà la Anzaldo e poi discuterà il suo caso con il “direttorissimo” Minzolini.

(fonte: Kataweb)

lunedì 9 maggio 2011

Il bavaglio Rai al referendum. Democrazia in caduta libera!


Date: 20 aprile 2011 11:23

Ciao a tutti,

confermo la necessità di questo passaparola, aggiungendo che si tratta di informazione per ri-affermare i diritti costituzionalmente garantiti . Il dramma è che sembra la maggior parte della popolazione non sia consapevole di quanto sta avvenendo.

Quello che Vi porto è solo un piccolo esempio. Sono una ricercatrice, mi occupo di diritto ambientale e di risorse idriche. Ieri mattina dovevo intervenire ad un programma RADIO RAI (programmato ormai da due settimane) per parlare del referendum sulla privatizzazione dell'acqua e chiarirne meglio le implicazioni giuridiche.

'E arrivata una circolare interna RAI alle 8 di ieri mattina che ha vietato con effetti immediati a qualunque programma della RAI di toccare l'argomento fino a giugno (12-13 giugno quando si terrà il referendum), quindi il programma è saltato e il mio intervento pure.

Questo è un piccolo esempio delle modalità con cui "il servizio pubblico" viene messo a tacere e di come si boicotti pesantemente la possibilità dei cittadini di essere informati e di intervenire (secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione) nella gestione della res publica. Di fronte a questa ennesima manifestazione di un potere esecutivo assoluto che calpesta non solo quotidianamente le altre istituzioni, ma anche il popolo italiano di cui invece si fregia di esser voce ed espressione, occorre riappropriarci della nostra voce prima di perderla definitivamente.

Il referendum è evidentemente anche questo!

Mariachiara Alberton



RICORDATEVI CHE DOVETE PUBBLICIZZARLO VOI IL REFERENDUM... perchè il Governo non farà passare gli spot ne' in Rai ne' a Mediaset.
Sapete perché ? Perché nel caso in cui riuscissimo a raggiungere il quorum lo scenario sarebbe drammatico per i governanti ma stupendo per tutti i cittadini italiani:
Vi ricordo che il referendum passa se viene raggiunto il quorum. E' necessario che vadano a votare almeno 25 milioni di persone

Il referendum non sarà pubblicizzato in TV e Radio.

I cittadini, non sapranno nemmeno che ci sarà un referendum da votare il 12 giugno. QUINDI : I cittadini, non andranno a votare il referendum.

Vuoi che le cose non vadano a finire cosi? Copia-incolla e pubblicizza il referendum a parenti, amici, conoscenti e non conoscenti.

Passaparola!

sabato 7 maggio 2011

spettacolo indecoroso,basta politici in tv,Delirio del BerluscaScilipoti a ''Mi Manda Rai Tre''. Ecco chi c'è al Governo!


Delirio del Berlusconiano Scilipoti a ''Mi Manda Rai Tre''. Ecco chi c'è al Governo! spettacolo indecoroso.

Solo alcuni dei commenti sul popolare parlamentare...

QUESTO PARLAMENTARE ARROGANTE SACCENTE E CORROTTO HA LA SCORTA PAGATA DA NOI, MAGISTRATI CHE RISCHIANO LA VITA NO....NON AGGIUNGO ALTRO!
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non sono riuscito a vederlo fino all'ultimo..troppo irritante!
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Una mezza calzetta,anzi no un mezzo pedalino bucato, ma Di Pietro dove l'aveva pescato? E soprattutto come si è laureato?
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E' vergognoso che una persona del genere ci rappresenti nel nostro Parlamento e ancora più vergognoso che siamo noi, con le nostre tasse a passargli lo stipendio
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ABBI?????????????????
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che bello che è....
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Tipico parlamentare italiano
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l'italia è in mano a questo demente, rendetevene conto !!
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Non c'è speranza con questa gente. Questo ora gli danno un sottosegretariato, e fra un paio d'anni il ministero della salute. L'Italia è finita.
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che gentaccia...
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grandissimo questo imitatore... è un imitatore vero? ditemi che è un imitatore.... ç_ç
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Senza parole.....è un pazzo da rinchiudere.
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Ma perche' le merde sono tutte nel nostro cazzo di paese?
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ora è veramente comico fare arrivare l'agopuntura negli ospedali italiani. si avrà i suoi effetti placebo, ma l'agopuntura non dovrebbe avere finanziamenti pubblici, al pari della vera medicina. E' come dire a un paziente con il mal di testa che è stressato, tieni questa potente medicina che ti fa passare il mal di testa.Alla fine è una pastiglia di zucchero,e può darsi che il mal di testa passi,perchè il cervello si convince che non c'è più dolore
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Scilipoti a Cettolaqualunque gli fa un baffo!
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non faceva una bella figura scilipoti a fare parlare le persone in studio,lui ha fatto una proposta di legge per la regolamentazione dell'agopuntura, il che vuol dire apertura di corsi di facoltà e ambulatori per agopuntura. Quindi si destinano soldi pubblici per una medicina che non è medicina, nel mentre che per la sanità tagliano i servizi essenziale ed è un dato di fatto.
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(fonte: myblog e youtube)

venerdì 29 aprile 2011

Una profezia. Che nesso c'è tra il decadimento dell'istruzione e la riduzione inavvertita degli spazi di democrazia?


"Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato sotto il fascismo. [...] L'altro è il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico" Piero Calamandrei

Risponde Umberto Galimberti

Il lettore Nino Gernone (ninorochan@yahoo.it) che ringrazio, mi ha fatto pervenire questo brano di Piero Calamandrei tratto dal suo Discorso pronunciato al 3 Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950. Sono passati sessant'anni e questo discorso sembra una profezia che rende evidente il fatto che mai è scongiurato il pericolo di passare da un "totalitarismo aperto e confessato" a un "totalitarismo subdolo, indiretto e torbido". Continuiamo a ritenerci un paese democratico probabilmente perché siamo liberi di votare ma, come ci ricorda Giovanni Sartori, le elezioni sono solo un dei tanti modi possibili di eleggere i capi, la democrazia è ben altro. È innanzitutto scuola e istruzione, perché quando il popolo diventa gregge, ce lo ricorda Nietzsche, "altro non desidera che l'animale capo". Uno dei modi per desensibilizzare un popolo al bisogno di democrazia è impoverire la scuola, sottraendole i mezzi finanziari necessari per compiere quel lavoro fondamentale che è l'educazione dei giovani. Ridurre il numero dei maestri e dei professori, aumentare il numero degli studenti nelle classi significa semplicemente rendere impossibile qualsiasi processo di istruzione e di educazione, e trasformare la scuola in un semplice parcheggio di ragazzi a tutt'altro interessati, che si fatica persino a tener disciplinati. Io non penso che ciò avvenga solo per ragioni finanziarie. In fondo un popolo incolto, o educato solo dalla televisione, è più facile da governare.

lunedì 11 aprile 2011

Masi contro i talk sgraditi alla destra. A rischio Fazio, Floris e Gabanelli


di LEANDRO PALESTINI

I consiglieri d'opposizione: una precisa strategia politica nei confronti di programmi molto redditizi. Il dg ha respinto la proposta di far proseguire Ballarò fino a tutto luglio. Corsie preferenziali invece per gli ingaggi di Ferrara e Sgarbi

ROMA - La politica strangola la Rai. Pur di penalizzare Rai3, rete poco amata dal premier, viale Mazzini non avvia le trattative per rinnovare i contratti a Fabio Fazio, Giovanni Floris e Milena Gabanelli: in scadenza tra i mesi di giugno e agosto. Mentre il direttore generale Mauro Masi apre corsie preferenziali per Giuliano Ferrara (ingaggio-blitz per "Radio Londra") e Vittorio Sgarbi (da fine aprile con "Al di là del bene e del male": 200 mila euro lorde a puntata a Sgarbi) per alcuni conduttori la Rai è matrigna (Michele Santoro viene "tollerato" per gli ascolti, ma pur sempre osteggiato). A maggio la Sipra, concessionaria della pubblicità Rai, dovrà presentare agli inserzionisti pubblicitari i suoi gioielli tv, i programmi della stagione autunno-inverno: ma ad oggi Masi non prende decisioni, rischia di sfasciare programmi di Rai3 che (piacciano o no a Berlusconi) portano milioni di euro alle casse del servizio pubblico. Poche settimane fa il quotidiano online Lettera 43 riportò voci (mai smentite) di un piano per escludere dal palinsesto autunnale "Report", "Che tempo che fa" (con annesso "Vieni via con me di Saviano") e "Parla con me" della Dandini (la cui conferma dipende dal rinnovo contrattuale tra la Rai e la società Fandango). Per alcuni di loro sarebbero già in corso dei contatti con La 7 e Sky.

Si vuole disperdere un patrimonio aziendale? I consiglieri di minoranza Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, dicono che i programmi di Rai3 sono convenienti per l'azienda: il costo di produzione di "Ballarò" (33 puntate) è di 3 milioni e 500 mila euro, ma ricava 8 milioni in pubblicità; "Che tempo che fa" costa 10 milioni e 400 mila euro (66 puntate) e incassa 17 milioni e 600 mila euro; "Report" costa 2 milioni e 200 mila euro (20 puntate) e attira spot pubblicitari per 4 milioni e 100 mila euro. Mentre il ministro Brunetta realizza il suo sogno di vedere pubblicati i compensi dei conduttori (in un sito Rai) c'è chi fa notare che c'è un valore aggiunto dei conduttori. Masi ha problemi di budget, la Rai chiude l'anno con un rosso di 120 milioni, è suo compito fare trattative (anche serrate) per i rinnovi contrattuali. Ma poi risparmia sui compensi agli artisti sgraditi, fino al paradosso Vauro: la Rai non lo paga un solo euro per "Annozero" ma le sue vignette fanno ridere pure gli ospiti di Lega e Pdl.

Fazio, Floris e Gabanelli passeranno a tv concorrenti? A un ospite che gli chiedeva se poteva tornare a gennaio. Gli ha risposto "non so se "Che tempo che fa" andrà in onda..." si è lasciato scappare Fabio Fazio, in diretta tv, pochi giorni fa. Eppure Fazio ha una platea in crescita, la media degli spettatori è passata da 3 milioni 208mila (12.65% di share) a 3 milioni 426mila (12.93% di share), il Qualitel gli assegna 69 punti. Giovanni Floris, insieme al direttore di rete, Paolo Ruffini, chiede a Masi di non chiudere "Ballarò" a giugno, ma di proseguire fino a tutto luglio: risposta negativa. Eppure l'abbonato Rai ha gradito "Ballarò": l'anno scorso aveva 3 milioni 961mila spettatori medi (15.54% di share) quest'anno l'audience media è di 4milioni 507mila fan (16.64% di share). Ed è in forte crescita il pubblico domenicale di "Report": dai 2milioni 976mila spettatori dell'anno scorso (12.35% di share), Gabanelli è passata ai 3milioni 602mila (13.89% di share) di questa edizione. (10 aprile 2011)

(fonte: Repubblica)

lunedì 4 aprile 2011

Intanto B. divora le frequenze

Le vicende giudiziarie non hanno distratto il premier dal suo lavoro: fare gli interessi di Mediaset. E così il governo ha sospeso la gara sulle televisioni. Per favorire le reti possedute o controllate dal capo
(04 aprile 2011)


La scena risale a pochi giorni fa. Cornice internazionale: Bruxelles. Protagonisti il presidente dell'associazione Altroconsumo, Paolo Martinello, e un giornalista inglese che lo sta intervistando. Il cronista vuole risposte sul sistema televisivo italiano, e in particolare sul passaggio in corso dall'universo analogico a quello digitale. Martinello, quindi, inizia il suo ragionamento. Mettendo le cose in chiaro: "In Italia", dice, "è essenziale che Sky partecipi alla gara per le frequenze del digitale terrestre". Di più: "Rupert Murdoch", spiega, "è un garante del pluralismo, un tassello imprescindibile nell'evoluzione democratica dei nostri media". Al che il giornalista sgrana gli occhi. Smette di prendere appunti, e dopo un flash di stupore chiede: "Murdoch? Il magnate australiano? Puntate sullo Squalo, per salvare il vostro pluralismo?". "Io stesso", confida Martinello, "coglievo il paradosso delle mie parole. Ma non cambio idea: anche uno schiacciasassi alla Murdoch, da noi, è il benvenuto. Comunque sia, può limitare lo strapotere di Rai e Mediaset. E già questo è un successo, parlando di digitale...".

Quanto sia calda la partita, d'altronde, lo confermano i numeri. Nell'ultimo mese, mostrano le tabelle dello studio Frasi, su 24 milioni 641 mila famiglie italiane, 20 milioni 392 mila posseggono un decoder per il digitale, contro i 14 milioni 79 mila che ne utilizzavano uno a marzo 2010.

Tradotto in percentuale: più 44,8 per cento. "A febbraio", spiegano gli analisti, "il consumo televisivo è passato dal digitale terrestre nel 61,5 per cento dei casi, mentre la presenza analogica è calata al 21,8 (in ottobre era 37,1) e il satellitare ha raggiunto quota 16,3. "Tutto va per il meglio", garantisce Andrea Ambrogetti, da un lato direttore Relazioni istituzionali Italia di Mediaset, dall'altro presidente di Dgtvi, l'associazione nazionale per lo sviluppo del digitale terrestre (a cui partecipano, tra gli altri, la stessa Mediaset, Rai, Telecom Italia Media e la Dfree di Tarak Ben Ammar, socio altrove di Silvio Berlusconi). "Nel rispetto delle indicazioni europee", sottolinea Ambrogetti, "sono già state digitalizzate dieci regioni (vedi box qui sotto), e le altre lo saranno entro il primo semestre del 2012". Un grazie, dunque, lo riserva all'Agcom, "l'Autorità garante delle telecomunicazioni che ha lavorato con scrupolo", e un altro "al ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani, che ha mantenuto tutti gli impegni presi". Ma allora perché, nei corridoi dell'Agcom, c'è chi presenta la corsa al digitale terrestre come "un esempio di grottesco italiano, una never ending story zeppa di furbizie, conflitti d'interesse e balletti attorno alle leggi?".


La risposta, assurda, sta nella guerra che si combatte da sei anni. Prima tappa maggio 2005, quando gli stessi uomini di Altroconsumo che oggi tifano Murdoch, inviano un esposto alla Commissione europea. "La legge Gasparri del 2004", spiega Martinello, "concedeva a Rai e Mediaset privilegi illegittimi, che impedivano l'accesso al digitale di nuovi operatori". Per questo, l'associazione dei consumatori chiede all'Europa di aprire una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia. E viene accontentata: "Nel luglio 2006, la Commissione spedisce una lettera al governo italiano dove contesta la Gasparri: ossia la possibilità automatica, per chi trasmette in analogico, di moltiplicare per cinque la presenza in digitale".

E' qui che, all'improvviso, l'Italia si vede costretta a correggere il tiro: pena multe da milioni di euro, in nome di una spartizione a favore dei soliti noti. Un pericolo che le casse pubbliche non possono affrontare, e infatti nel 2009 interviene l'Agcom con la delibera 181: "Un documento chiave", a giudizio di Antonio Sassano, consulente dell'Authority e professore di Ricerca operativa alla Sapienza di Roma: "Stabilisce, infatti, che Rai e Mediaset (titolari, ciascuna, di tre reti analogiche e due digitali) controllino quattro frequenze a testa, mentre in parallelo Telecom Italia Media deve scendere a tre canali (da due analogici e due digitali)". Che potrebbe anche sembrare una sconfitta per i colossi tv, ma non lo è affatto. "Il trucco è questo", spiegano gli addetti ai lavori: "nella stessa delibera è prevista una gara, divisa in due bandi, per distribuire ulteriori cinque frequenze (vedi box nella pagina a fianco). E mentre il primo bando, con tre frequenze in palio, è riservato agli operatori "senza posizione dominante nel mercato televisivo", il secondo (con le ultime due frequenze) è aperto a chi in precedenza ha trasmesso su meno di cinque canali: "cioè, guarda caso, aziende come Rai e Mediaset, che in questo modo manterranno una posizione privilegiata".

Della serie: ci risiamo. Il lato positivo, va precisato, è che il ministero e l'Agcom hanno impostato la gara come "beauty contest". Un concorso di bellezza, insomma, così chiamato perché non prevede un'asta, ma valuterà "la qualità della copertura di rete e dell'offerta". Scelta apprezzabile (per quanto non si sappia quando sarà la gara e chi siederà in giuria), anche se non esente da sospetti. "Lo scandalo", dice un dirigente Rai, "è che il governo di Berlusconi, al posto di vendere frequenze e ripianare i debiti, possa regalarle a noi o Mediaset". Come curioso, usando un eufemismo, "è che a stabilire quali frequenze assegnare, e soprattutto a chi, sia la giuria voluta da un fedelissimo del Cavaliere come Romani: dal 1994 in poi schierato in Parlamento col premier, e infine sottosegretario promosso ministro sul campo".

Una questione che esplode, in tutta la sua scivolosità, il 20 luglio 2010, quando la Commissione europea accetta la richiesta presentata da Sky (già sul digitale terrestre con il canale Cielo) di concorrere al beauty contest. "Anche se l'Europa, da subito, costringe Sky a non criptare i programmi per cinque anni, Romani interpreta il via libera a Murdoch come un affronto inaccettabile", testimonia un ex collaboratore. Fatto sta che il ministro, a caldo, dichiara di essere "sorpreso e fortemente in disaccordo" con il verdetto europeo. Ma come?, si sfoga: "Facciamo una gara per aprire il mercato ai nuovi operatori, anche minori, e cosa succede? Che alla gara si presenta una società americana, monopolista della piattaforma satellitare e quasi monopolista della tv a pagamento...".

Una follia, dal suo punto di vista. Ma anche il preludio di una sfida totale, dove il ministro e Mediaset, ognuno dal proprio fortino, sparano a turno sulla partecipazione al beauty contest di Sky. "Siamo di fronte a una sudditanza psicologica degli euroburocrati", denuncia Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, il 24 marzo 2011. Ed è poca cosa, in confronto alle iniziative di Romani. Basti pensare che, il 7 dicembre 2010, il ministro scrive al Consiglio di Stato per "sgombrare ogni possibile equivoco su come debba essere inteso il principio di reciprocità tra Stati". Con un colpo d'estro, Romani chiede se un editore statunitense (come News Corporation che controlla Sky) possa competere nel nostro Paese per un bene strategico, quale una frequenza televisiva, mentre lo stesso (a suo dire) non potrebbe fare negli Stati Uniti un imprenditore italiano. Dovrebbe essere la pietra tombale sull'accesso di Sky al beauty contest. Invece è un autogol: "Il Consiglio di Stato", dice un suo membro, "ha contestato al governo la vaghezza della domanda". Poi, quando il ministro ha riproposto il quesito, l'ultimo giorno utile, ha risposto con un parere di piombo: "Dove si promuove la partecipazione di Sky (in quanto ha sede legale in Italia, ndr.), e si precisa che l'intervento ipotizzato dal ministero sarebbe "manipolativo delle condizioni che solo l'Agcom può stabilire"".

Peggio del peggio, per lo schieramento anti-Murdoch. Tantopiù che, nello stesso periodo, calano sul ministro dello Sviluppo nuovi episodi spiacevoli. Imbarazzante, per esempio, è il dispaccio di WikiLeaks dove l'ambasciatore americano a Roma, David Thorne, riporta le confidenze dei funzionari Sky, per i quali "Romani guida gli sforzi nel governo italiano per aiutare Mediaset e svantaggiare" la concorrenza di Murdoch. Sgradevole, poi, è la scoperta che Mediaset sperimenta l'alta definizione sulla frequenza 58, riservatale come privilegio in via transitoria dal ministro Romani, malgrado risulti inclusa nel pacchetto beauty contest. Per non dire del 19 gennaio scorso, quando Benedetto Della Vedova, capogruppo alla Camera di Futuro e libertà, ha evocato in Parlamento la figura dell'Azzeccagarbugli per descrivere l'operato governativo sul caso Sky: "Uscita", testimonia lo stesso Della Vedova, "a cui è seguita una sfuriata personale di Romani".

Dopodiché è normale che il clima si avveleni. Ogni azione, a questo punto, genera malumori. I vertici Sky, non da oggi, storcono il naso per la triplice alleanza tra Mediaset, Rai e Telecom Italia Media nella piattaforma satellitare Tivùsat. Con pari diffidenza, Mediaset non ha brindato quando Sky si è avvicinata al gruppo L'Espresso, che le ha affittato la frequenza per trasmettere in digitale il canale Cielo. Ma a parte le continue inquietudini, figlie di uno scenario acerbo, la gente si chiede: perché tutta questa smania di digitale, quando i programmi da vedere sono sempre gli stessi, e del resto si farebbe volentieri a meno? "E' il futuro...", allargano sorridenti le braccia politici e imprenditori. Tantopiù che l'emergenza è un'altra: "Con la Finanziaria 2011", dice Marco Rossignoli, leader dell'associazione di televisioni locali Aeranti-Corallo, "Giulio Tremonti ha messo in gara nove frequenze, destinandole alla banda larga mobile per la telefonia, Internet e Ipad vari".

Mossa brillante, al punto che il ministro dell'Economia prevede di ricavarne 2,4 miliardi di euro entro il prossimo settembre. "Senonché", dice Rossignoli, "tutte e nove le frequenze sono già occupate da tv locali". Che non vogliono rinunciarci: "Anche considerato che l'alternativa prevista dal decreto omnibus del 23 marzo, è per molte emittenti trasformarsi da operatori di rete in semplici fornitori di contenuti. E che la compensazione massima, per chi dovesse accontentarsi, è fissata in 240 milioni di euro, e a doversela spartire sarebbero circa 200 emittenti".

Con tali premesse, sostengono gli esperti, pochi operatori si azzarderanno a competere. "Prevarrà", secondo Rossignoli, "il timore di vincere canali indisponibili". E se così fosse, il digitale resterebbe "un settore confuso e imperfetto", per usare le parole di Francesco Siliato, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi al Politecnico di Milano. "Si fa finta di niente", dice, "ma alle battaglie politico-economiche si sommano le pecche tecniche: dal caos dei decoder, che sintonizzano frequenze diverse a seconda dei modelli, alla stabilità del sistema digitale, messa in crisi anche solo da un eccesso di umidità". Non a caso, dice Siliato, "Valentino Rossi ha esordito con la Ducati nel Gran premio del Qatar, e mentre lo share nazionale ha superato il 22 per cento, in Emilia Romagna (già passata al digitale, e patria della Ducati) gli ascolti sono scesi di 174 mila unità rispetto allo stesso evento di un anno fa".

L'unico motivo, assicura Siliato, "è che in Emilia Romagna il digitale non si vede ancora dappertutto, come anche accade in Piemonte e Veneto". Problemi poco beauty, in effetti, per un contest così ambito.

(fonte: L'Espresso)